
Lui
Era una bella mattina. Il sole filtrava dalle tende bianche e, scontrandosi sulle mattonelle in ceramica color crema dietro al lavabo, illuminava la cucina di una luce calda, lievemente ambrata.
Odiavo quelle tende.
Furono un’ottima idea a dir la verità. Tuttavia continuavo a disprezzarle per il semplice fatto che mi costrinse a comprarle il giorno stesso in cui muovemmo i primi passi in questa casa.
Quando le chiesi il motivo di così tanta fretta, mi rispose che non sopportava l’idea che qualche vicino potesse osservarci mentre mangiavamo.
Pensai che si trattasse di una delle tante stranezze che amavo di lei.

Mi fermai silenzioso sulla porta a osservarla.
Lo facevo spesso, prima.
Era in piedi, di spalle, appoggiata con entrambe le mani al tavolo in ardesia al centro della stanza.
Indossava una delle mie camicie bianche. Diceva di sentirsi come quelle donne sofisticate nei film dell’epoca d’oro di Hollywood. Le stava tremendamente larga.
I capelli le cadevano liberi sulle spalle.
Era ancora bellissima.
Ascoltavo il suo respiro pesante. Prendeva lunghe boccate d’aria dal naso, come ogni volta che era concentrata a svolgere un compito faticoso.
Mi resi conto di sorridere.
«Buongiorno» dissi sottovoce muovendo qualche passo verso di lei.
«Ciao» rispose senza voltarsi, andando verso il lavabo.
Da quel giorno le nostre conversazioni erano ridotte a pochissime parole scelte con cura per non ferire l’altro, per evitare di ricadere sulla solita banale ostilità.
Eravamo bravi in questo.

«Hai mangiato?» chiesi mentre versavo del caffè freddo in una tazza.
«Non ho fame».
Era arrabbiata. Non si era ancora voltata a guardarmi.
Prese un bicchiere dal lavabo, lo infilò sotto il getto d’acqua e lo bevve tutto d’un fiato.
«È una bella giornata». Mi pentii subito di aver detto una cosa simile. Le persone che parlano del tempo la irritano terribilmente.
«Mi mettono in imbarazzo, mi costringono a sentirmi priva di argomenti» diceva.
«Allora, che fai?» disse voltandosi. Aveva gli occhi stanchi e arrossati.
Il senso di colpa riemerse aggrappandosi pesante al mio petto: «Beh, credo che andrò a correre e poi…».
«Intendo, che cosa farai?» m’interruppe. Si sedette di fronte a me, anche se non aveva alcuna voglia di sedersi.
Ero stanco di pregare un perdono che sapevo non sarebbe mai giunto.
«Oh, non lo so» presi un’inutile pausa, avevo paura di proseguire. «Insomma, credo che andrò nella casa in montagna per un po’. Ho bisogno d’aria fresca, di silenzio».
Era vero, ne avevo un disperato bisogno. Sono sempre stato silenzioso e solitario.
Credo che sia una delle cose che più amasse di me.
«Immaginavo». Continuava a fissarmi. Iniziai a sentirmi sotto accusa.
«Non è solo colpa mia».
Era vero, lo pensavo.
«Non ho mai detto che lo fosse» replicò serenamente.
Anche questo era vero, tuttavia sentivo che addossava su di me la colpa di quello sbaglio. Prese uno dei suoi lunghi respiri, abbassò lo sguardo e iniziò a torturare con un dito una piccola macchia sul tavolo.
«Credi che dovremmo parlarne?» aggiunse.
«Non so cosa dire».

In realtà avrei voluto risponderle che mi sentivo debole, come se avessi appena terminato una maratona.
«Forse ci siamo arresi troppo presto» dissi allontanandomi. Non avevo il coraggio di vedere la sua reazione.
Seguì uno dei pochi silenzi che odiai con tutto me stesso. Riuscivo a sentire solo il rumore del suo dito che strisciava con forza contro il tavolo, cercando invano di togliere quella macchia.
Non potei fare a meno di pensare che volesse disperatamente cancellare quel neo nel nostro rapporto imperfetto.
Avrei voluto urlare che la odiavo per avermi fatto sentire invisibile, dirle che non ricordavo nemmeno il suo nome.
Ma non mi avrebbe fatto sentire meglio.
Lei
Era una di quelle mattine silenziose. Il sole filtrava, senza alcuna difficoltà, dalle tende bianche che gli feci comprare il giorno in cui venimmo a vivere in questa casa.
Odiavo quelle tende.
Erano della misura sbagliata. Troppo lunghe.
Gli avevo detto che m’infastidiva l’idea di essere osservata mentre mangiavo. In realtà, si trattava di un banale dispetto.
Lui aveva voluto il tavolo in ardesia: una pessima idea, si macchia continuamente.
Ero sicura che avrebbe interpretato quel gesto come una delle tante stranezze che ero solita trascinarmi.

Indossavo una delle sue camicie. Mi stava tremendamente larga.
Sollevai il colletto con una mano per sentire il suo profumo. Aveva un buonissimo odore.
Lo facevo spesso, prima.
Eppure ora non provocava più alcun effetto su di me.
Lo sentii arrivare alle mie spalle.
Appoggiai le mani sul suo tavolo.
In passato si fermava continuamente a spiarmi da qualche angolo della casa, pensando di non essere visto o percepito. Mi piaceva.
Iniziai di proposito a respirare profondamente dal naso, come ogni volta che ero irritata per qualcosa.
«Buongiorno» sussurrò alle mie spalle.
«Ciao» risposi senza voltarmi.
Andai verso il lavabo. Sentivo il bisogno di vomitare.
Da quel giorno, avevamo imparato a dire solo lo stretto necessario. Vivevamo con la paura di sollevare il tappeto di quiete apparente che copriva le nostre vite.
Eravamo bravi in questo.

«Hai mangiato?» chiese.
«Non ho fame» risposi frettolosamente. Avevo paura di voltarmi e incrociare il suo sguardo.
Ero triste, sconfitta, ingannata. Volevo rimandare quello che sapevo sarebbe successo.
Presi un bicchiere dal lavabo, lo riempii fino all’orlo e lo bevvi tutto d’un fiato.
Feci una fatica tremenda.
«È una bella giornata» disse sedendosi.
Mi domandai per un momento se lo fece di proposito. Conosceva il mio astio per le persone che parlano del tempo.
Mi chiesi se volesse farmi sentire vuota, quando invece avevo mille argomenti per la testa.
«Allora, che fai?» dissi voltandomi di scatto.
«Beh, credo che andrò a correre e poi…».
«Intendo, che cosa farai?».
Davvero non aveva capito la domanda? Mi sedetti di fronte a lui, anche se non ne avevo alcuna voglia.
Era arrabbiato. A stento riusciva a guardarmi negli occhi.
Era ancora bellissimo.
«Oh, non lo so. Insomma, credo che andrò nella casa in montagna per un po’. Ho bisogno d’aria fresca, di silenzio».
«Immaginavo» risposi.
È sempre stato un uomo a cui devi tirar fuori le parole di bocca.
Lo amavo per questo.

«Non è solo colpa mia» disse improvvisamente lanciandomi un’occhiata che mi fece sentire sotto accusa.
«Non ho mai detto che lo fosse».
Era vero, per qualche assurda ragione lo pensavo.
Notai una piccola macchia sul tavolo. Iniziai a strofinarla invano con un dito: «Credi che dovremmo parlarne?».
Non potei fare a meno di pensare a quella macchia, un difetto senza nome nel nostro organismo.
Si alzò mormorando qualcosa d’incomprensibile, poi si fermò e disse: «Forse ci siamo arresi troppo presto».
Avrei voluto dirgli che in fondo aveva ragione e che odiavo quello che eravamo diventati.
Continuai a strofinare con forza il dito sulla macchia, cercando di farla sparire.
Anche se non mi avrebbe fatta sentire meglio.

