Stiv Giobs

Can a great man be a good man?

{ In un inquadratura che tanto ricorda Ed Harris, in The Truman Show, l’essenza, se vogliamo, di Steve Jobs. Il Christof, un ossimoro, osservante, ammirante nient’altro che la sua “creazione”}

Non appartengo a quella fetta dei seguaci della mela morsicata, non sono stato uno che è stato scalfito minimamente quando venne annunciata la sua morte, mentre il mondo del consumismo, quello un po’ ignorantello e bigotto gridava alla tragedia. Non ho riconosciuto in lui nessun messia dell’informatica.

Credo che non l’abbiano riconosciuto in lui nemmeno Sorkin, Boyle o Fassbender a dir la verità…mi ritrovo a scrivere del film che porta il suo nome e posso dire che è un capolavoro.


Capitolo uno

Ci troviamo nel ’84. Forse un ora, e il Macintosh 128K verrà presentato al pubblico. In realtà Boyle non ci vuole mostrare nulla della presentazione, non è quello il suo intento. La presentazione c’è, ma si trova dietro le quinte. Addizionando e sottraendo personaggi, un pò come avveniva un anno fa con il mostro Birdman ma rinunciando al piano sequenza. Riusciamo ad avere una stupenda panoramica di quelle che saranno, che sono state, le persone orbitanti la vita di Steven, ovvero, un uomo che non vuole accettare sua figlia, Lisa, una donna abbandonata, la sua “moglie di ufficio” Joanna Hoffman , Andy Herzfeld, Steve Wozniak e John Sculley.

Mac non funziona, aspettative pompate e spalle al muro. Jobs di fatto viene licenziato dalla sua azienda, Catapultati in un altro “dietro le quinte”. 1988, presentazione del NeXt. Si, attuando una sorta di ripicca a fondo perduto, quello che sta per presentare è in realtà un costosissimo cubo senza OS.

Non ve la faccio molto lunga. Non solo questa è la parte di snodo del film, che crea un ponte sui 4 anni precedenti, ma è in assoluto una dei dialoghi più belli che Sorkin abbia mai creato, un faccia a faccia Jobs-Sculley che sembra uscito da un western frenetico, un montaggio da paura, letteralmente, con Elliot Graham che si fa in quattro per regalare dieci, quindici minuti letteralmente mostruosi. Ed infine? 1998.

Backstage della presentazione del nuovo Mac con Sculley licenziato e la Apple proprietaria della NeXt Computer, nominando, nuovamente, Jobs CEO. Momenti concitati per la risoluzione di tutto.


Capitolo due

Una visione nuova questa, a differenza del ridicolo Jobs con Kutcher protagonista. Sorkin contro Sorkin, che, memore di The Social Network, lui non solo si ripete, ma si migliora, esponenzialmente. Dialoghi tiratissimi e battute affilate, selvagge. Una sceneggiatura magnificamente stesa, un treno scevro da qualsiasi incongruenza visibile ad occhio nudo, doloroso ma circolare, perfetto. Elliot Graham, già in cabina di montaggio per Milk, con Steve Jobs la candidatura è stata obbligatoria. Perfetta, precisissima e scervellotica. Poi Fassbender: grandioso. Un attore che negli anni ha regalato delle performance stupende (Hunger, Shame giusto per citarne qualcuna) e che può incoronare questa come la migliore. Grazie anche ad una caratterizzazione veramente acuta, Michael mangia lo schermo, anche la Winslet sembra una novellina, e inizia seriamente a farmi ricredere sulla certezza di un Di Caprio vincitore agli Oscar. Assolutamente stupefacente.

Boyle è forse il regista che negli ultimi anni mi ha deluso di più. Dopo quelli che ne hanno celebrato la camaleonticità (Trainspotting piuttosto che The Millionaire piuttosto che 127 Ore) ha preso più granchi che successi, con un ridicolo, ultimo, In Trance. Qui fa il comprimario…e, quando si vede la sua mano, si rimane anche infastiditi.


Giobs, con la sua mania di controllare, con la sola capacità di attrarre a se proseliti, senza un perchè. Non un inventore, bensì bravissimo venditore. Giobs il padre, quello che non c’è stato, quello orgoglioso fino all’inverosimile. Non proprio un modello.

Ma non faccio il giudice, io mi occupo di cinema.

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