Meglio fallire bene.

Nella pasticceria fast-food di un centro commerciale un cinquantenne con incipiente calvizie impasta della crema pasticcera, pulisce il forno, posiziona un totem pubblicitario allo sbocco delle scale mobili. Nonostante sia il più anziano nel negozio oltre a stare alla cassa deve anche spazzare per terra e pulire i tavoli. Sulla divisa della sua salopette c’è la spilla gigante con il claim della catena commerciale “I’m making the world a more delicious place”. Quando ha finito il turno l’uomo torna in un anonimo monolocale dove si prepara un Rasty Nail con un whisky scadente mentre guarda la tv via cavo. Fa zapping per alcuni minuti e poi si alza dal divano per recuperare un Vhs su cui è registrato un vecchio spot per le tv locali in cui presentava i suoi servizi da avvocato rampante.

È l’inizio della prima stagione di Better Call Saul, la serie televisiva che per prima tematizza il fallimento come epica esistenziale della contemporaneità. Se Breaking Bad è dedicato alla rivincita utopica, Better Call Saul ne è il lato oscuro.

Ogni speranza scompare ma non c’’è disperazione: il fallimento è un caratteristica dei principali personaggi della serie. È un fallito Saul Goodman/Jimmy McGill che non riesce a fare l’avvocato così come erano falliti i suoi genitori che gestivano un negozio di quartiere. È un fallito il fratello Chuck affetto da una allergia psicosomatica all’elettromagnetismo. È un fallito Mike, l’ex-poliziotto ora parcheggiatore e investigatore privato, responsabile della morte del figlio. Probabilmente (non è uno spoiler) è una fallita anche Kim, la socia di Saul, visto che è destinata a scomparire in Breaking Bad.

I personaggi di Breaking Bad fottono il sistema per entrarci e ci riescono. Walter “Heisenberg” White, Jesse Pinkman, Gustavo Fring raggiungono il successo hackerando l’economia reale con intelligenza e cinismo. Sono personaggi di successo con una doppia identità che serve a preservare da un lato la propria immagine e dall’altro le regole del realismo capitalista. I personaggi di Better Call Saul sono invece tutti in fuga dalla propria identità, cambiano nome per fuggire lo stigma del fallimento.

Daniel “Pryce” Warmold, l’impiegato farmaceutico che colleziona figurine del baseball è un personaggio che, come Walter White in Breaking Bad, potrebbe riconvertire la sua professionalità al mondo del narcotraffico. Invece la sua inadeguatezza lo porta a dover girare un video feticista in cui nudo si spalma torte sul corpo solo per salvarsi dalla prigione.

Vince Gilligan e Peter Gould, gli autori di Better Call Saul, hanno realizzato una sorta di manifesto fallimentarista. Gli incipit delle tre stagioni di Better Call Saul, sono flash forward in bianco e nero in cui scopriamo che Saul Goodman, l’avvocato di Breaking Bad, è diventato un semplice commesso della catena Cinnamon Bakery Resturant. I tre incipit definiscono con inattesa precisione le componenti emotive del fallimento.

La prima puntata della prima stagione mette in scena la rimembranza. Il Vhs di Saul rappresenta la retroflessione verso un passato fantasmatico, un epoca in cui il futuro era avvertito come un fascio di possibilità che il presente ha deluso. Ogni fallito ha un momento eroico nella propria biografia, che è quasi sempre eroico soltanto per lui. Quel passato è costantemente ricordato perché rappresenta l’unica solida base della propria identità.

La seconda stagione inizia con Saul intrappolato in orario di chiusura nel basement del centro commerciale a causa di un piccolo accidente: la porta di sicurezza della sala del tritarifiuti si chiude e lui non può uscire. Deve decidere se far scattare l’allarme generale con conseguente arrivo della polizia oppure attendere che qualcuno apra quella porta dall’esterno. Qui la componente indicata è quella della frustrazione. Il sentire fallimentare è la condizione di stallo tra un rischio impraticabile e un’attesa indefinita. Saul come tutti i falliti attende trovando conforto nell’affermazione vacua del suo passato glorioso incidendo con sul murto un graffito: “S.G. Was here”.

La terza componente è quella della schizofrenia. Nella prima puntata della terza stagione vediamo Saul Goodman seduto su una panchina del centro commerciale consumare un sandwich durante la pausa pranzo. Un ragazzo che ha appena rubato delle scatole di videogiochi si nasconde all’interno di una cabina per fototessere. Quando arriva la polizia Saul finisce per indicare il nascondiglio del ladro ma, appena il giovane viene arrestato, Saul si inalbera e urla al ragazzo di non parlare e far valere i suoi diritti. Il fallito non può permettersi di essere coerente, la risposta schizofrenica è l’unica reazione sana allo stato di precarietà ontologica a cui la vita lo ha consegnato.

Il fallimento è una condizione emotiva di ordine generale anche perchè dal punto di vista giuridico-economico è qualcosa che solo in pochi possono permettersi. Ad esempio in Italia per fallire è necessario essere stati titolari di un’impresa con un attivo di oltre 300.000 euro annui e avere debiti per oltre 500.000 euro. Il fallito contemporaneo invece, per quanto possa essere indebitato, raramente ha potuto permettersi un credito di questa entità.

La fabbrica dell’uomo indebitato produce un fallito diffuso, un produttore che non ha mai raggiunto il break even point delle proprie speranze esistenziali. Un imprenditore precario che ha capito tardi che l’odore della start-up è quello di un gas narcotico allucinogeno. Un lavoratore che non è nemmeno arrivato a scegliere tra etica e cinismo perché il fallimento è una hyperstition, una realtà immaginaria che produce effetti reali, un sentimento anticipatorio di una condizione a venire. Rimembranza, frustrazione e schizofrenia sono indipendenti dalla biografia e dall’età del fallito. Il fallimento è una condizione generalizzata della psiche contemporanea.

Niente a che vedere con il fallimento eroico di Daniel Lavette raccontato da Howard Fast in Immigrants. L’italiano Lavette arriva nella San Francisco del primo dopoguerra senza alcuna speranza. Da semplice pescatore costruisce il suo impero economico senza aver mai pensato davvero raggiungere un qualche successo. Il percorso di Daniel Lavette si avvale di un cinismo imprenditoriale che preserva sempre i valori personali e la sua rete solidale. Quando con la crisi del ’29 il potere bancario lo sacrifica crudemente, Daniel Lavette non si meraviglia, si allontana per restare lo stesso solido uomo del novecento che era sempre stato. Il suo fallimento è economico-giuridico, ha conseguenza sociali ma non impatta sulla sua psicologia. Oggi al contrario il fallimento è una condizione di insolvenza psicologica e liquidazione emozionale che si trova sul limite di quel disagio mentale che teorici come Bifo e Mark Fisher considerano la risposta del corpo alla precarietà ontologica della vita.

Disordini della memoria, frustrazione, schizofrenia. Il fallimento è uno stato della psiche e forse anche per questo la riforma del diritto fallimentare italiano ha abrogato il registro dei falliti. Non ci sono più falliti perché i falliti sono ovunque.

Il fallimento come il “successo” hanno assunto oggi forme liquide e non definibili ma mentre esiste una narrazione ideologica del successo nelle sue molteplici forme, dentro o contro le logiche del realismo capitalista, il fallimento resta indicibile. Raccontarlo in modo compiuto sarebbe un successo, in questo senso Better Call Saul fallisce. L’epoca in cui era possibile indicare il mito del self made man come un costrutto ideologico è finita. Per combattere le narrazioni sulle infinite possibilità offerte dal reale non serve una narrazione alternativa, ma è necessario fallire nel tentativo di raccontarla: balbettare, tartagliare, incespicare e cadere.

L’unica opzione è quella di scegliere orgogliosamente la sconfitta e perseguirla con quotidiana disciplina. L’imperativo è quello di Samuel Becket in Peggio Tutta: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.

C’è un Saul Goodman dentro ciascuno di noi ma non falliremmo bene se provassimo a raccontarlo bene. Falliamo ancora. Falliamo meglio.