Semantica dei frames, linea di condotta, mistica della necessità. #acasaloro: qualche appunto

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Qualche impressione sul caso della card (postata su alcuni social e poi cancellata) con un passaggio a proposito del tema dell’immigrazione, tratto dal libro in uscita di M. Renzi.
Dai commenti che ne sono seguiti penso si possano trarre alcuni spunti (niente più che impressioni come dicevo) riguardo le strategie discorsive immanenti a quella proposta.
Alcuni hanno rimproverato a Renzi il cambio di linea di condotta sul tema, un cambio di tale entità che lo avrebbe portato a identificarsi addirittura con la linea di condotta degli avversari. Non pare questo il caso. L’impressione è che non sia stata la strategia discorsiva di Renzi a mutare, bensì il suo co-testo. Se cambiano le relazioni, diceva il Tale, cambia il termine. L. Nobili, proprio per negare il mutamento di condotta del segretario del PD, ha ritrovato e postato, se ho ben capito, un discorso al G7 del 2016 dove Renzi diceva, sostanzialmente, le stesse cose. Non sono un esperto della comunicazione di Renzi, ma, coinvolto in una ricerca sulla rappresentazione mediatica dei migranti, mi è capitato di trovare (almeno) tre altre occasioni in cui l’ex Presidente del Consiglio dice, perlopiù, quello che gli è stato attribuito nell’anticipazione del libro. Siamo nel 2015, durante la “crisi” dei migranti dell’agosto-settembre: (I) conferenza stampa a Firenze con il premier di Malta; (II) intervista al Corriere della Sera; (III) comizio alla festa dell’Unità di Milano. Quella “narrazione” che oggi sembra, dicono i commentatori, identica a quella degli “avversari” pareva allora non-identica (con qualche eccezione). Il problema non è tematico dunque. E siamo al secondo punto.
Alcuni hanno affermato, dicevo, che il problema (comunicativo) si situa nell’accettazione da parte di Renzi del frame degli avversari. Tale frame sarebbe manifestato appunto dalla sequenza “a casa loro”. Si tratta senza dubbio di una parte del problema, ma direi che è più l’effetto che la causa. Non usare il frame dell’avversario non significa necessariamente non usare le sue stesse parole, cosa che se portata alle estreme conseguenze, se ci si pensa, condurrebbe al mutismo i contendenti nell’agone politico; consiste bensì (per dirla in termini non specialistici) nel non collocare un tema nel dominio di esperienza che caratterizza, su quell’assunto, il discorso dell’avversario. L’attenzione al lessico va prestata, è indubbio, ma per comprendere quale narrazione esso, di volta in volta, manifesta. A uno sguardo non impressionistico si può già notare che sul tema in oggetto una differenza lessicale tra i due campi (per così dire) vi è già, gli uni usano (perlopiù) “immigrati”, gli altri (esclusivamente si direbbe) migranti: è una differenza non banale, come si può certo intuire. Per non parlare del diverso ruolo semantico che questi (gli immigrati/migranti) occupano nei discorsi dei vari attori politici. Il problema non è (esclusivamente) lessicale, ma narrativo e discorsivo, quel co-testo di cui dicevo: la struttura che i termini manifestano. Si tratta di collocare i “termini” in delle sequenze in modo tale che queste evochino un determinato script anziché un altro. Nel caso di Renzi, lo stesso discorso è andato collocandosi, in un arco di tempo tutto sommato breve, in un nuovo dominio discorsivo e in una nuova dimensione narrativa. È su questo piano, il reframing, che gli avversari di Renzi hanno ottenuto una importante vittoria argomentativa (perché è di argomentazione che si discute qui). L’ “a casa loro” e la (in parte) nuova valutazione “emotiva” a cui questa sequenza è sottoposta in queste ore è solo un effetto di superfice. Il vero lavoro (il reframing) è stato fatto, mi pare, sul termine “salvataggio” e sugli attori ad esso associati: gli avversari di Renzi lo hanno, pare con successo, traslato dal dominio etico/morale al dominio economico, ribaltandone il segno (i.e. la valutazione). 
E siamo all’ultimo punto. Posta la questione nel dominio economico, molti attori del ‘campo di Renzi’ (per usare qui per comodità una semplificazione estrema che non rende per nulla lo scenario), hanno assunto da anni una strategia discorsiva improntata a una mistica della necessità che poggia su sequenze del tipo ‘le migrazioni ci sono da quando mondo è mondo’, ‘i migranti ci pagano le pensioni’, etc. Ora, però, ed è qui che si sta giocando da settimane la parte più interessante della disputa argomentativa, spostato il tema dalla dimensione dei bisogni (naturale) a quella degli interessi (culturale), la personalità semiotica di quella proposta rischia di veder franare la sua architettura modale. Gli avversari hanno ora l’opportunità (narrativa) di tramutare il ‘non si può fare altrimenti’ su cui poggia l’argomentazione del ‘campo di Renzi’ in un “non vogliono fare altrimenti”.