Il “coraggio” dell’anonimato e l’importanza della privacy in pubblico

CHI SI NASCONDE DIETRO L’ANONIMATO — Prima di scoprire chi e/o cosa si nasconde dietro l’anonimato e il perché, dobbiamo comprendere il campo di applicazione dello stesso: ovvero il “discorso pubblico”. Il discorso pubblico, in questo contesto, è inteso come quell’agente legante della società che è destinato alla creazione di un pubblico o di una sfera comunicativa in grado di rendere pubbliche le esperienze a chi è interessato a venirne a conoscenza. C’è insomma bisogno di qualcuno che comunichi e che lo faccia senza nascondersi dietro il velo d’oscurità che l’anonimato permette. In relazione a ciò, il giurista statunitense Louis Brandeis (1856–1941), ha coniato il termine “coraggio civico”. Inteso come quel coraggio, proprio di chi è intenzionato a portare avanti le sue idee, con l’obiettivo di distinguersi andando contro chi decide di comunicare in maniera anonima.

LA STORIA — Come lo stesso Christoph Bezemek fa all’interno del suo saggio “Behind a Veil of Obscurity — Anonymity, Encryption, Free Speach and Privacy”, la storia è piena di documenti che protetti dall’anonimato sono stati in grado di influenzare non solo il discorso pubblico ma, addirittura, l’intero panorama politico. Esempi ne sono i “Documenti federalisti”, 85 saggi fondamentali per la creazione degli Stati Uniti d’America, il “Public Advertiser”, lettere critiche al Governo inglese di Giorgio III scritti nel XVIII secolo, oppure il “Senso Comune”, che rispecchia il desiderio di indipendenza delle colonie britanniche negli Stati Uniti d’America.

Proprio per questo motivo, l’anonimato, si è dimostrato essere uno degli strumenti fondamentali (se non il maggiore) per “sputare in faccia” al potere la verità, dimostrandosi allo stesso tempo un valido scudo nei confronti della tirannia e un sano portatore della libertà di parola.

Importante qui la frase di Hugo LaFayette Black (1886–1971), politico e magistrato statunitense: “Opuscoli anonimi, libri e volantini hanno avuto un ruolo importante nel progresso dell’umanità”.

DA CHI VIENE USATO L’ANONIMATO — Fatto questo brevissimo, seppur utile, “excursus” storico torniamo sul quesito che ci siamo posto all’inizio. Ovvero, da chi viene usato l’anonimato? E perché? Principalmente, chi si nasconde dietro l’anonimato sono tutti quegli individui che decidono di agire indipendentemente. Ma la tradizione è solita attribuirlo come una prerogativa essenziale dei media, in particolar modo della stampa. Questo perché risultava essere (ma lo è tutt’ora) un validissimo strumento di protezione delle fonti giornalistiche, come spiega la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo quando afferma che: “La protezione delle fonti giornalistiche è una delle condizioni fondamentali per la libertà di stampa”.

L’anonimato dunque è una prerogativa fondamentale per la creazione di una società democratica, in quanto è in grado di facilitare la creazione di quella determinata sfera comunicativa pubblica, che è di vitale importanza per l’interesse pubblico. L’anonimato si pone perciò al centro della rivendicazione dei diritti fondamentali dell’uomo alla ricerca della privacy.

Arrivati a questo punto, potrebbe sorgere spontanea una domanda. Ovvero, se il parlare in maniera anonima rappresenti o meno un modo efficace per la salvaguardia della massima privacy possibile. Di norma no, in quanto il linguaggio pretende la trasmissione di un messaggio a un destinatario e che quindi “parlare” significa comunicare e interagire con altri, non nascondere. Ma è comunque corretto parlare di privacy in pubblico. Un concetto (quello della privacy) importante tanto nella giurisprudenza quanto nella vita privata, quella di tutti i giorni. Infatti è qui che è in grado di creare e sviluppare relazioni oneste e sincere tra gli uomini. Com’è anche scritto all’interno dell’articolo 8 della Carta Canadese: “La protezione della privacy è il requisito per la sicurezza individuale”. Dunque privacy e “libertà di espressione” sono profondamente intrecciati, dal momento che garantiscono all’individuo discrezionalità e protezione.

ANONIMATO O CRITTOGRAFIA — Capito cosa sia e chi si nasconde dietro il velo d’oscurità dell’anonimato, è qui che entra in gioco un secondo aspetto ma non per questo meno importante. Quello della crittografia che, per quanto può essere un termine teoricamente opposto a quello dell’anonimato, sanno essere entrambi profondamente connessi e intrecciati tra di loro. Innanzi tutto iniziamo col descriverne il significato di uno e dell’atro. L’anonimato (del quale abbiamo parlato fin ora) ha il compito di mascherare chi invia il messaggio, mentre la crittografia quello di mascherare il messaggio stesso.

Detto ciò, la crittografia garantisce una maggiore sicurezza rispetto all’anonimato, in quanto le persone riescono sempre a verificare se il messaggio sia arrivato o meno al destinatario desiderato e se lo ha fatto senza interferenze e/o alterazioni nel contenuto. Una libertà questa, che si ritrova non solo nell’esprimere opinioni ma anche nella libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni.

Secondo lo studioso statunitense David Kaye, che si è occupato di anonimato e crittografia all’interno della comunicazione digitale, esse rappresentano dei mezzi specifici tramite i quali far valere la propria libertà di espressione. Ora non ci resta da capire se, l’anonimato e la crittografia, possano essere considerati come dei veri e propri mezzi di comunicazione oppure soltanto dei “corrieri” di un messaggio da trasmettere. Stando sempre a quanto affermato da Kaye, essi non rappresentano un mezzo ma lo pretendono. Mezzo che, con l’avvento del digitale, ha trovato in Internet un validissimo amplificatore di potenza e di pericolosità.

Internet ha un profondo valore per la libertà di opinione e di espressione, poiché ingrandisce la voce e moltiplica le informazioni alla portata di chiunque”.

Terroristi e criminali possono usare la crittografia e l’anonimato per nascondere le loro attività, rendendo difficile ogni forma di indagine”.

Anche Benjamin Franklin (1706–1790), uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti d’America, aveva da subito evidenziato questo aspetto negativo dell’anonimato e della crittografia dicendo che: “Ha permesso agli uomini d’onore di comportarsi in modo disonorevole”.

CONCLUSIONE

COME RISOLVERE IL PROBLEMA — Da quanto detto sopra, non è possibile trovare una soluzione universale. Ma molto (se non tutto) dipende dal sistema giuridico all’interno del quale ci si trova. Possiamo qui citare i casi di Russia e Cina, dove in entrambi i paesi sono stati introdotti dei registri ai quali i blogger sono costretti a iscriversi. Oppure come in Vietnam, dove dal 2013 è stato bandito l’uso di pseudonimi. Altro esempio ancora è quello che riguarda la Corea, in cui dal 2012 è obbligatoria la verifica del nome reale online.

Non c’è dunque una risposta esatta alla domanda se ci sia o meno un modo per affrontare e/o risolvere il problema. Fatto sta che, per quanto pericolosi, i discorsi anonimi e la crittografia in rete andrebbero comunque tutelati in virtù dei diritti fondamentali.

Lo stesso Christoph Bezemek, all’interno del suo saggio “Behind a Veil of Obscurity — Anonymity, Encryption, Free Speach and Privacy”, non si è “sbilanciato” a favore di un qualsiasi stratagemma per cercare di risolvere il problema. Si è “limitato” semplicemente ad elencare come l’anonimato e la crittografia siano state sì importanti in passato per la crescita dell’umanità ma, da quello che si evince, con l’avvento di Internet esse siano diventate un problema difficile da risolvere. Unica soluzione? La limitazione e il controllo.

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