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Il linguaggio del fumetto è forse quello che meglio rappresenta i nostri tempi e che non tramonterà mai per via della sua capacità di portarci immediatamente dentro a una storia con parole e immagini.

E se c’è uno che riesce a farlo meglio di tutto, attraendo persone di diversa formazione, questo è Zerocalcare. E ci riesce perché dentro le sue storie c’è sempre la sua storia, ed è qualcosa che ti fa dire spesso: “Ma dai, ma l’ho sempre pensata anch’io sta cosa! Ma no, ma preciso così”. Insomma, è uno che si butta in pagina senza condizioni né condizionamenti, cosa che gli è particolarmente riuscita con Kobane Calling.

Uscito nel 2015 e riaggiornato a febbraio 2020, Kobane Calling ci trasporta di botto dentro la storia siriana dei curdi zittiti, umiliati, uccisi da oltre quarant’anni. E c’è una tavola in particolare di questo albo che riassume alla perfezione la percezione (distorta) che spesso abbiamo di avvenimenti che sembrano distanti ma ci riguardano tutti. …


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Foto scattata da Tyler Mitchell per VANITY FAIR.

Mi piace questa foto perché c’è dentro una storia di donne, e sono lo sguardo e l’azione femminile ciò di cui abbiano terribilmente bisogno. Siamo nel Bronx, il quartiere originario della donna più a sinistra: Alexandra Ocasio-Cortez. Lei, americana nata da genitori portoricani e da poco rieletta alla Camera in rappresentanza del Distretto di New York.

Mi piace questa foto perché ci sono dentro donne di diverse età, e perché c’è un sorriso che illumina il piovigginoso bianconero inquadrato dal fotografo Tyler Mitchell.

Mi piace questa foto perché c’è dentro un maschio (l’unico, oltre a chi scatta la foto), e quel maschio è un bambino, ed è l’unico che guarda in camera, i suoi occhi spuntano sopra la mascherina e sono come due mani che ci portano dentro quella situazione. Lui è l’unico che non partecipa all’azione, ma ci invita a entrare, a guardare, a vedere. E che cos’è che vediamo in quel vuoto centrale che si trasforma in un cortile, che diventa tutti i cortili del mondo? …


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“La matematica è politica” di Chiara Valerio ci trasporta nella realtà delle cose, che sono solo in apparenza invisibili

Eppure alle medie davo del tu alla matematica e credevo che nel mio futuro ci sarebbero stati i calcoli, probabilmente l’ingegneria. Poi al liceo scientifico cominciò un match di lotta greco-romana con numeri, teorie, espressioni, equazioni, formule e tutto quanto era nell’orizzonte di matematica e fisica: era tutto oscuro, nebuloso, confuso. Come dice Chiara Valerio:

“…a scuola la matematica si studia, nella maggior parte dei casi, fuori dal tempo e dallo spazio, dunque fuori dalla storia […] La matematica, a scuola, si insegna nel vuoto”.

Ma questo libro è molto di più che un elogio della matematica, è il tentativo riuscito di farci vedere le funzioni, è un modo di guardare. Perché la matematica è un punto di vista, così come lo è ogni verità. La matematica è “come la ginnastica posturale, serve a stare nel mondo e tentare di interpretarlo”. Siamo pervasi di matematica, perché la matematica ci ha regalato il ragionamento deduttivo, l’astrazione, la proporzione. …


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La natura può fare scuola (foto di Suzanne Jutzeler su Pexels).

Imparare è come insegnare: bisogna essere in due, perché sono entrambe azioni che richiedono uno scambio. Chi insegna impara, chi impara insegna.

Il ritorno a scuola e negli asili è imminente. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi sono tutti pronti a infilare di nuovo le gambe sotto i banchi, sotto i ben noti banchi monoposto ai quali siamo per fortuna riusciti a evitare rotelle da Formula Legno.

Si ritorna, dentro i banchi. Distanti e compressi dentro aule (spesso) inadeguate, seguendo protocolli di navigazione a vista (quanti studenti per ogni classe, boh, ancora non si sa). È la storia di chi guarda l’indice-banco e non vede la luna-scuola. …


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La magia di un tramonto dalla spiaggia di Capo d’Orlando (Messina).

Ci sono cose che ci rendono umani, troppo umani. Come i tramonti: che accadono tutti i giorni a ogni latitudine; i tramonti che riescono senza sforzo ad abbracciare pupille e per un breve tempo a sospendere il tempo.

Tutti abbiamo un tramonto del cuore; per me quel tramonto è il sole che s’infila nel mare Tirreno davanti a Capo d’Orlando, ma nella sua meraviglia quel tramonto è uguale a tutti quelli guardati, sognati, sentiti, immaginati da chiunque in ogni punto e momento sulla Terra.

Quel tramonto è come l’oblò per l’occhio dell’astronauta: è uno specchio per guardarci, è il riflesso del nostro sesto senso: il senso di comunità. …


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Photo by Edi Libedinsky on Unsplash

Dopo aziende, locali, ristoranti, negozi, discoteche, centri benessere, piscine, palestre, anche i parchi giochi sono stati riaperti. Meglio tardi che mai, giusto? Sbagliato.

Perché ancora una volta i bambini arrivano in fondo, dopo tutto e tutti, quando il resto del mondo è più o meno riuscito a stabilizzarsi e si ricorda di guardare ad altezza ginocchia, lì dove navigano i sorrisi di quei nanetti.

I bambini sono sempre quelli dimenticati, gli inascoltati.

Se un periodo di crisi come questo del Coronavirus può insegnarci tante cose, fra le prime ci metterei la capacità di guardarli, i bambini; di farli parlare, i bambini. Ecco sì, diamogli la parola; diamogliela adesso e diamogliela anche domani, più spesso. …


La riflessione nasce dalle statue abbattute e imbrattate nei giorni scorsi tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia; ed è l’occasione per ragionare sul senso dei monumenti che erigiamo.

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Photo by Serghei Savchiuc on Unsplash.

Se non avessi letto della vernice rossa gettata addosso alla statua di Indro Montanelli, non avrei saputo del detestabile gesto che compì negli anni Trenta in Etiopia quando “affittò” una ragazzina di 12 anni a scopi sessuali mentre era militare sotto il regime fascista. Fatto poi aggravato da una sua intervista del 1967 in cui riteneva la cosa assolutamente normale.

La vicenda e il comportamento di Montanelli sono ingiustificabili.

Fatta questa premessa però la domanda sul senso delle statue è:

Allora dovremmo tirare giù tutte le statue erette nel corso dei secoli, da quella dedicata ad Alessandro Magno a quella di Giulio Cesare, di Napoleone e compagnia bella? …


No, non è il titolo di un film. Ė la realtà vissuta da loro, i più piccoli, quelli che non hanno avuto nemmeno lezioni a distanza e la possibilità di guardare negli occhi altri bambini.

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Illustrazione di MagnitudoDue

Allora ecco una manciata di rime per dare voce a quei piccoletti che da tre mesi girano per case grandi o piccole, dentro quello che è diventato il loro unico regno. Un regno forzoso dove vivere insieme alle corti di mamme e papà, spesso troppo spesso anch’essi dimenticati come i loro piccoli re e regine.

I dimenticati

Le voci dei più piccoli sono voci da tenere a bada,

sono voci fragili che non fanno strada.

Le voci dei più piccoli sono facili da silenziare,

basta alzare lo sguardo e le puoi ignorare.

Le voci dei più piccoli non hanno alcun potere,

quello sta solo nelle urla di chi sta a…


Nei massimi campionati europei gli stipendi folli rischiano di rendere insostenibile il futuro delle società: il Coronavirus è l’occasione giusta per cambiare

Oh no, era la nostra porta!

15 dicembre 1995, palla al centro. Quella data marca una differenza, come solo un gol sa fare. Peccato che la palla entra nella porta sbagliata: ed è un clamoroso autogol. Già, quella data crea uno scarto, un prima e un dopo nel mondo del calcio — come il virus ha creato un’epoca pre Covid-19 e una post Covid-19, ancora nebulosa.

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Quel giorno di venticinque anni fa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dà ragione a Jean-Marc Bosman, che cinque anni prima aveva fatto causa al suo club (RFC Liegi, prima divisione belga).

Nel 1990 il suo contratto era in scadenza, Bosman aveva 26 anni e, nel pieno della maturità calcistica, voleva trasferirsi all’USL Dunquerque (seconda divisione francese). Però l’RFC Liegi glielo vietò: infatti, all’epoca un calciatore a fine contratto (il “parametro zero” odierno) poteva sì accasarsi da un’altra parte, ma il nuovo club doveva pagare un indennizzo al vecchio club di appartenenza. …


Questo periodo segnato dal Coronavirus ci sta già facendo cambiare e insieme a noi cambia la prospettiva di alcune parole

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Foto di Suzy Hazelwood da Pexels

Le parole ci segnano.

E creano le cose, definiscono il nostro modo di guardare il mondo e di agire dentro il mondo. Sono la nostra unica proprietà, e spesso la loro bellezza sta nell’ambiguità, nella polisemia, nella moltiplicazione dei significati che è moltiplicazione di vedute e prospettive.

Ci sono due parole che in quest’epoca Covid-19 hanno modificato il panorama che di solito descrivono:

CORONA

La corona è sempre stata per tutti quella che hanno portato i re, le regine, gli imperatori. Siamo abituati a incoronare qualcuno che vince un concorso, chi si aggiudica un premio, chi primeggia in una gara, ma certo mai avremmo pensato di mettere quella corona in testa a un virus, a una creatura invisibile al nostro occhio nudo. …

About

Andrea M. Alesci

Autore per Einaudi Ragazzi / UX Writer per @latoquadrato 🏄 andrealesci.it

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