Rispondere alle offese con un’offesa è stupido

A volte le persone gentili hanno tutta l’aria di non esserlo affatto. Possono sembrare severe, rigide, o persino prepotenti
Ma dentro di loro si nasconde un’enorme diga colma di gentilezza.
(Alexander McCall Smith)

Ci sono persone che utilizzano come collante sociale la “presa in giro”, che comunicano con gli altri per mezzo degli sfottò, che adorano prendere in giro il prossimo, a volte sfociando nell’offesa vera a propria.

Non voglio avventurarmi nell’analisi del tipo psicologico, voglio solo raccontarvi la mia esperienza personale. 
Solitamente si tratta di persone che non mi piacciono e che allontano senza alcun rimpianto. 
Però.

Però.

Ieri sera ero fuori con amici, io avevo una gonna corta. Uno di questi amici, mi ha guardato le gambe e ha detto: “le tue ginocchia fanno schifo”. Così, senza un motivo apparente.
E ha riso.

E io ho riso.

Beh, a dire il vero non faceva ridere manco per il cazzo. Ma ho riso comunque. E poi lui ha continuato e io sono stata allo scherzo. E poi lui ha continuato e io ho detto qualcosa che l’ha offeso. E poi lui ha continuato e io l’ho offeso ancora, sempre col sorriso sulle labbra.

E poi la discussione si è arenata, come ogni discussione insulsa era condannata a morte.

Ci ho pensato un po’, sono rimasta in silenzio a rimuginarci. Non ero offesa per lo sfottò alle mie gambe (anche perché mi piacciono moltissimo), pensavo solo: “Ma perché ho riso? Perché non gli ho dato un cazzotto nei denti, invece?”.

La mia prima reazione a quel commento così fuori luogo e gratuito sarebbe stata quella di alzarmi e lasciarlo lì impalato. Sarebbe stata la reazione più normale e più sana (meglio sicuramente del cazzotto).

Invece ho riso, fingendo di aver accettato la battuta. Perché?

Ridiamo agli scherzi pesanti perché offendersi ci fa sentire ridicoli, perché la battuta (anche quando è solo maleducazione) si può sopportare, mentre la rabbia è sempre fuori luogo.

Ridiamo, perché ci hanno insegnato che l’autoironia è sintomo di intelligenza, senza però distinguere tra autoironia e concorso di colpa, tra l’intelligenza di riconoscere i propri limiti e l’aiutare gli altri a farci sentire inferiori.

Nessuno vuole essere “fuori luogo”, soprattutto un venerdì sera, d’estate, tra amici. Per cui, ridiamo.

Poi ho pensato che se qualcuno va in giro a dire alle persone quanto facciano schifo alcune parti del loro corpo, l’unico a essere fuori luogo è lui. 
E allora ho detto al mio amico una cosa che non dovevo. Ho usato il sarcasmo per ferirlo su qualcosa che sapevo l’avrebbe ferito, e ho sbagliato.

È una cosa fuori luogo, quanto fare battute squallide. È una cosa vigliacca e non mi ha fatto sentire meglio, anzi.

Però lui ha continuato imperterrito e allora pure io e la discussione è diventata un botta e risposta di frecciatine, offesucce, tutte mascherate dietro un sorriso, tutte squallide, stupide, ridicole.

Mi sono sentita stupida.

A me non piace parlare per parlare, trovo terribilmente difficile “iniziare un discorso”, una delle cose che mi mettono più in imbarazzo è dover trovare “qualcosa da dire”, sono veramente a mio agio con le persone quando non provo l’horror vacui dell’oggetto della discussione. Invidio (in senso buono) moltissimo quelli che sanno mettere a loro agio tutti, che hanno sempre qualcosa di cui parlare.

Per me parlare, vuol dire scambiarsi delle idee e quando lo scambio col mio amico è diventato un rimpallo di battutine deficienti, mi sono sentita deficiente anche io.

Ci stavamo scambiando stupidità. Stavamo aumentando il livello medio di imbecillità mondiale.

Perché avremmo potuto usare quei minuti per parlare di cose belle, per farci complimenti (nella vita non se ne hanno mai abbastanza), per aumentare la nostra autostima (dio sa quanto ne abbiamo tutti bisogno), per arricchirci a vicenda o anche solo per assaporare il delizioso gusto del silenzio disinvolto, quello tra amici che non ti mette la pressione di “dover dire qualcosa”.

E invece li abbiamo usati per comportarci come ragazzini delle medie, per offenderci gratuitamente, quando gli amici dovrebbero essere quelli che ti fanno sentire onnipotenti (o molto scemi, ma sempre con simpatia).

Lui ha iniziato e io non sono stata in grado di metterci un punto.

Allora, dopo averci pensato, invece di fare come al solito (incassare e voltare pagina, ingoiare la frustrazione e passare avanti con un chilo di fastidio in più) ho deciso di fare quello che avrei dovuto fare tutte le volte che qualcuno mi ha offeso deliberatamente, senza un’apparente ragione, solo per leggerezza o stupidità o paura o delusione.

Ho detto al mio amico quello che pensavo davvero: che quelle battute non facevano ridere nessuno, che se aveva intenzione di comportarsi così sarebbe stato meglio starsene da solo, che era da ragazzini ed era una cosa stupida, che quel modo di comportarsi non lo rendeva simpatico, anzi, che poteva essere una persona migliore di quella che faceva finta di essere.

Lui ha capito, mi ha chiesto scusa e ha detto che non sarebbe più successo. E allora ho capito che avevo fatto bene ad avere fiducia nella sua capacità di comprensione. Mi sono sentita meglio.

Gli esseri umani fanno cose stupidissime e le fanno perché fare gli stupidi è più facile, meno doloroso, perché ti salva da tante cose, dai pensieri bui, dal dover fare i conti con te stesso.

Qualche volta, è un modo per punirsi, per ridurre le aspettative e non rischiare di deludere gli altri. Conosco molto bene questa sensazione, per anni è così che mi sono (incosciamente) comportata.

Avrei potuto far finta di niente e non ci sarebbe stato alcun progresso, avrei semplicemente cominciato a stare a disagio con lui, sempre sul chi vive, pronta a ricambiare offesa con offesa. Invece ho fatto una cosa che normalmente non si fa: gli ho detto quello che pensavo davvero.

La verità può essere fredda e cattiva, ma se è detta col cuore e con l’intenzione di migliorare le cose e non ferire, è sempre una cosa buona.

È difficile, ma è una bellissima sensazione essere sinceri, soprattutto con le persone a cui si vuole bene.

Dire la verità al mio amico mi ha dato la possibilità di confermare la buona opinione che avevo di lui, di cancellare l’offesa e riprendere sulla strada giusta.

E di farmi sentire meno stronza per la mia battuta.

Per cui, due regole che rispetterò per avere rapporti sani con le persone che mi circondano:

  1. Non risponderò mai più con un’offesa alle offese, perché è davvero una delle cose più stupide e vigliacche del mondo. E non ti fa sentire meglio.
  2. Non riderò più quando non c’è niente da ridere, solo per quieto vivere. Se una cosa mi ha fatto arrabbiare/soffrire, lo dirò. Con fermezza e con gentilezza. Dalla reazione che avrà l’altro, saprò capire chi vale la pena di frequentare e chi è meglio allontanare senza rimpianti.

Ah. E so che quando il mio amico leggerà questo pezzo, lo farà con il sorriso sulle labbra. Perché lui ha capito me e io ho capito lui.