L’unica ragione per vivere è morire.
Io ne parlo spesso.
Perché credo sia una cosa che non mi spaventa né mi angoscia.
Perché è inerme, sta lì ed aspetta con pazienza.
La morte.
Di recente ho pubblicato questo:

Tra gli amici, una reazione mi ha dato spunto per scrivere di nuovo (cambiando piattaforma, la password di questo è irrecuperabile).
Dire che la morte è la vita non ha senso, lo sai vero? è stata la domanda.
Sembra così ovvio. Ma lo è davvero?
Il motore immobile
In che maniera la vita differisce dalla morte?
Se non che la vita differisce la morte.
Adesso vivo ma questa vita è solo un differire la mia morte; la mia vita è la mia morte rinviata nel tempo.
Ciò dimostra in qualche modo che nel rapporto tra due presunti opposti si pone tra loro una semplice différance — una differenza che non è altro che un differire (il modo migliore di dirlo è il gioco di parole inventato da Derrida).
Sia sul piano ontologico che pratico, è solo questione di tempo.
Cosicché due cose che ora ci risultano essere diverse, completamente opposte, spesso sono solo in un rapporto di différance, non si escludono a vicenda ma si attendono, si cercano e, alla fine, molto probabilmente, si incontreranno.
È un po’ come il motore immobile, solo che Aristotele si era sbagliato nel dargli un nome: non è Dio ma la morte.
Verso cui tutti siamo attirati e stiamo andando, senza possibilità alcuna di sottrarci – il destino, il fato, l’avvenire e tutti i nomi che sono stati utilizzati in questo senso, che hanno solo cercato di velare, forse per esorcizzare, il nome della morte, il nome al di sopra di ogni altro nome.
Scegli e lo rimpiangerai, non scegliere e lo rimpiangerai comunque
Dicevo che non ho timore della mia morte (nello specifico, non della morte in assoluto), per una ragione banalissima: quando arriverà io non ci sarò. Quando il momento giungerà, per me, il tempo cesserà, dunque cesserà ogni différance: non ci sarà più vita, non ci sarà più morte.
La morte non lascia scelta e perciò non provoca angoscia.
La vita è differente. Perché, nonostante sia solo il rinvio nel tempo della morte, con l’immensità di scelte possibili, di strade praticabili, non può fare altro che generare angoscia.
Ciò che più genera angoscia non sono le scelte fatte ma quelle non fatte. Quelle che, riportandoci a continui punti di (ri)partenza, frenano il nostro naturale percorso verso la morte, il luogo dove non ci sono scelte, non c’è angoscia, non c’è rimpianto.
Il luogo di accoglienza, perché di silenzio, l’autentica casa dell’essere.
Una lieta fine
Come concludere quindi?
Ammesso che la vita sia questo differimento della morte, possiamo immaginare invece di riuscire a far coincidere le due cose, non porre alcuna differenza o différance?
Quanto diversa sarebbe quindi la nostra vita, quanto diverse le nostre scelte nel renderci conto che il nostro tempo è limitato, che la morte è già qui, nella vita e che quindi dovremmo giocare, in antitesi, la vita nella morte?
Quanto diverso sarebbe renderci conto che l’unica ragione per vivere è morire, morire di vita?