Cosa diavolo è una startup?

Recentemente a uno dei soliti eventi a base di pitch, ho finalmente toccato il fondo sul tema “cos’è una startup?”. Sembrerà stupido, ma dietro quei due minuti di scambio battute si nasconde una forma mentis che, irrimediabilmente, prima o poi, fa crollare tutto ciò che viene costruito sopra. Il senso, molto sintetizzato, di quello che ho sentito dire è stato “non dobbiamo costruire un prodotto che funzioni o meno, altrimenti non facciamo più innovazione: per fare innovazione dobbiamo seguire le nostre passioni”.

Questo piccolo concetto contiene in sé due gigantesche asserzioni sbagliate:

a) nell’ultimo anno ho conosciuto startupper con le palle che hanno creato prodotti del tutto innovativi, o innovato settori già esistenti. Non per questo hanno dovuto fallire, anzi, l’hanno fatto ritagliandosi una nicchia di mercato e rendendo sostenibile il proprio business in modo da poter crescere ulteriormente.

b) il concetto a me più caro di tutti, e che non mi stancherò mai di ribadire: “startup” è la fase iniziale di una nuova impresa, non una passione. Se è una passione, allora non chiamatela startup, chiamatela “costosissimo hobby”. Quindi. Che cosa diavolo è una startup? E’ il prodotto? No. E’ un gruppo di persone che lavorano allo sviluppo di un prodotto con l’obiettivo di rendere sostenibile, e poi profittevole, il loro business nel più breve tempo possibile.

“Da qui a tre anni” non è “il più breve tempo possibile”. “Non ho pensato a un business model” non è “sostenibile”. “Fatturiamo zero” non è “profittevole”. La startup è un’impresa, e in quanto tale deve PRODURRE SOLDI.

Possiamo raccontarci che basta prendere un aereo, andare in Silicon Valley e ricevere un round milionario. La verità è che anche 30 miseri mila euro cagati, vengono dati a fatica e con un solo scopo: farne almeno il doppio. Qualunque finanziatore privato non vi regalerà mai dei soldi per finanziare il vostro costoso hobby. Se ve ne darà, lo farà per farne molti di più indietro: per questo si chiama “investimento” e non “gentile omaggio”. E questa cosa, nel 90% dei casi, viene sistematicamente ignorata.

Mettetevi dalla parte di chi investe, fatelo molto più in piccolo. Il prossimo mese, pistola alla tempia, siete costretti a investire il vostro stipendio in una startup. Da un lato c’è la startup con un’idea molto avanti, non validata, che vi sembra fighissima ma non ha nemmeno pensato a un modo per fare dei soldi (e quanti), vi chiede dei soldi per poter avere il tempo di capire che farne mentre insegue la sua passione. Dall’altro c’è quella con sei mesi di vita, un prototipo testato, dati a non finire: qualche migliaio di utenti in un mese di beta, 200 transazioni, fatturato, e sta cercando un investimento da iniettare direttamente nel processo per scalare il modello.

Chi scegliete? Così sembra banale, vero?

Bravi, ottima scelta. Nei pitch, allora, metteteci quei cazzo di numeri. E se non li avete, fate in modo di produrne prima del prossimo pitch, fosse anche domani.

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