Sull’essere imprenditori vs. essere innamorati della propria idea.

Argomento che mi capita spesso di affrontare con le startup ancora in validazione e che, forse, va sdoganato una volta per tutte, anche per evitare di alimentare il giro di soldi sulle spalle di chi startupper non lo sarà mai per davvero ma nessuno glielo dice.

Negli ultimi due mesi sono entrate dalla nostra porta persone con progetti mai validati e in stato ancora del tutto embrionale. Da un contesto simile ci si aspetterebbe più di sentire vision/mission, da dove parte il problema, cosa si è tentato fino a quel momento. Invece tre quarti delle volte si tratta di progetti definiti al millimetro. Milioni di features e roadmap già definite, economics fatti per tutto l’anno, e richiesta di soldi per realizzarle, di solito senza aver mai nemmeno chiesto al proprio potenziale cliente una ed una sola SEMPLICE domanda: “pagheresti per avere questo servizio?”.

E qui casca l’asino. Con gli startupper che hanno accettato di ricominciare da zero insieme a noi dalla vision e dalle prime validazioni, è sempre arrivato da subito il punto di scontro: lo startupper prende il processo di validazione come un “sì/no” sulla sua idea. Quando la validazione, già nelle prime due ore, dà quintali di risultati e feedback e porta a ipotesi di prodotto e idee rudimentali di business model rispettando comunque la vision iniziale (es. “voglio aiutare i neolaureati a trovare lavoro nei primi mesi dalla laurea”), se cambia il prodotto e il modo in cui si era pensato di fare soldi, la risposta spiazzante è “non è così che volevo fare / non è questo ciò che volevo realizzare / non è questo il target che mi interessa”.

Mi sono chiesto più volte da dove venga un abominio del genere: il disinteresse totale rispetto alla visione iniziale, fino al chiudere eventualmente il progetto se non viene realizzato come era stato pensato. E ho trovato la risposta: la motivazione.

Una cosa è avere un’idea di cui ci si è innamorati e voler provare a vedere se ci si cava pure qualche soldo, oppure se qualcuno è disposto a metterci dei soldi per permettersi di vivere il sogno di provare a realizzarla e, se va male, amen, al massimo mi cerco un lavoro vero (sempre che io non ce l’abbia già).

Altra cosa è voler fare l’imprenditore.

Fare l’imprenditore significa identificare un problema o un bisogno e sforzarsi sputando sangue di trovare una soluzione innovativa con il solo unico scopo di FARCI DEI SOLDI.

Stupirà inspiegabilmente molti, ma l’unico vero obiettivo di un’impresa è produrre denaro sonante: il dare un servizio è il mezzo che giustifica l’introito di tanti o pochi euro in un conto corrente.

Se questa è la motivazione iniziale, se il punto è “voler fare l’imprenditore” e quindi “lavorare da solo e creare i miei introiti da una cosa che mi piace”, il resto viene da sé. Perché non c’è la possibilità di andare a fare l’impiegato del comune in caso di fallimento, né il lavoro attuale è una pari alternativa al progetto di mettere in piedi un’azienda che fatturi. Perché a quel punto, già in partenza, il COME mettere in piedi il prodotto non è più vincolante se non dal punto di vista del cliente (e a prescindere dal fatto che vi piaccia postare articoli su Steve Jobs, IL CLIENTE HA SEMPRE RAGIONE), e l’unico obiettivo è cavarci davvero dei soldi nel più breve tempo possibile. Tutta la fuffa viene automaticamente eliminata fin dal primissimo passo, supportata da un sacco di determinazione e dalla possibilità di prendere il proprio ego e seppellirlo sotto una colata di cemento.

“Startup” = fare impresa. 
Non “essere socio di un’associazione ricreativa”.