“Non sono conferenze per tutti (gli archeologi)”

Questa settimana a Siena si terrà una delle più importanti conferenze di Archeologia e “Informatica” Computer Applications and Quantitative Methods in Archaeology. Una conferenza densa e di un elevato spessore scientifico, a cui quest’anno si sono aggiunti due appuntamenti di estremo interesse:

1)il workshop Ha(r)ckeology: an hacking approach to open archaeology organizzato da Gabriele Gattiglia Francesca Anichini, Maria Letizia Gualandi, e Matteo Lorenzini dell’Università di Pisa.

2)la sessione di Archeofoss organizzata e coordinata da Stefano Costa e Augusto Palombini.

Hanno accettato ben due mie presentazioni la prima sull’utilizzo delle mappe mentali nella ricerca e nella divulgazione archeologica Mind mapping and archaeological research.Concepts, themes and know-how dissemination, l’altra, presentata insieme alle mie colleghe Cettina Santagati e Valeria Boi, Open access and best practices in public archaeology, in cui riprendevamo ed approfondivamo i temi trattati nella presentazione fatta in occasione dell’ European Association of Archaeologists di Istanbul (una sintesi della sessione si trova qui).

Si prospettava una bellissima conferenza, ma alla fine ho deciso di “passare”, e come me molti altri colleghi professionisti, il motivo è molto semplice: “non è una conferenza per tutti (gli archeologi)”. I costi del evento, per chi non è afferente ad una struttura universitaria e/o di ricerca e non soggetto a qualche forma di rimborso, sono impegnativi, senza tenere conto delle giornate di lavoro perse.

Del resto questi costi sono in linea con molte altre conferenze nazionali e internazionali, che in questo modo limitano o “selezionano” il target dei partecipanti, anche se in genere sono previste delle borse per supportare la partecipazione, ma personalmente credo che la “guerra” al rimborso tra libero professionista e studente o dottorando sia da evitare.

La mia non è solo una manifestazione di delusione per la mancata partecipazione, ma la sensazione di come ancora la divisione tra archeologia “universitaria” e archeologia “pratica”sia acuita da questi momenti che invece dovrebbero essere occasioni di confronto. Ritengo che, sopratutto, per una conferenza che tratta di archeologia e “tecnologia” la mancanza o il non agevolare la partecipazione dei liberi professionisti non siano aspetti di secondo piano. L’archeologia non è fatta solo nelle Università, ma è fatta sul campo, nelle Soprintendenze sia da funzionari sia da collaboratori che non posso essere “esclusi” da momenti di confronto ed aggiornamento così importanti, e in cui si segnano aspetti determinanti per l’evoluzione della disciplina in tutte le sue forme. Lo ha capito anche il MIBACT che ormai rende disponibili in streaming molti eventi (domani 31 Marzo ci sarà la presentazione di Vincoli in rete).

L’archeologia, e in generale qualsiasi disciplina, per crescere ha bisogno di un confronto continuo e trasversale di tutti gli attori che concorrono nella realizzazione dei suoi processi (dalla metodologia alla documentazione sul campo, dalla catalogazione alla valorizzazione delle informazioni acquisite).

Mi chiedo se per le future edizioni, non solo del CAA, ma anche di altre conferenze simili, questi costi non possano essere abbattuti, facendo in modo che la partecipazione sia più inclusiva ed accessibile adeguandosi alle esigenze di tutti i professionisti.

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