
Due ore e mezza in salita e un’ora e mezza in discesa. Da lassù ho dato un’ultima occhiata alla geografia caotica e asfaltata del paese, alle montagne tutte intorno, alle piste spelacchiate e senza neve. Faceva caldo, ieri, c’erano le gemme sugli alberi. Oggi nevica.
Ci ho messo quasi 46 anni a staccarmi da questo posto e quest’ultima salita mi è servita per piangere in pace. Niente di fisico mi legherà più a queste montagne. Tornerò solo per cambiare i fiori là dove mia mamma e i miei nonni riposano insieme.
Questo paese non mi ha mai voluta, perché io non l’ho mai voluto.
Ci ho passato anni affannati, e sono rinata quando sono scappata via per andare all’università.
Che bello sarebbe abitare sempre in montagna, sento a volte uscire dalla bocca di chi carica la macchina per il fine settimana. Io che ci vivevo, so quale incubo possa diventare.
Ieri ho sofferto parecchio il terreno, scendendo: ripido, sconnesso, friabile di pietre spezzate. Di solito preferisco scendere curva dopo curva: ti annoi, ma risparmi i menischi.
Ma non avevo più voglia di annoiarmi e ho preso un sentiero che andava giù e basta.
Ci ho messo quasi 46 anni a separarmi da questo paese: qui soffocavo, volevo altro. Ormai il mio cuore si trova altrove da tantissimi anni, ma qualcosa continuava a tenermi qui.
In città c’è lo smog, ma c’è aria. Qui c’è sempre stato da respirare bene, ma, io, non avevo l’aria. Nessuno me la toglieva, ero io a mettermi un casco in testa.
Quando non ti senti dove sei, maledici tutte le mattine che portano il nuovo giorno.
Mi mancheranno queste camminate che mi asfaltano, ma sono sicura che troverò altri luoghi, altri sentieri, altri pensieri a scortarmi.
Addio.