Lucrezia era la nonna del mio amico Angelo, quello con due lauree che fa il panificatore.

Secca secca, donna del sud tutta casa e famiglia, diceva in continuazione “tengo da fare i lavori”, e scappava via. Angelo l’andava a trovare molto spesso, così come gli altri nipoti, e la prendeva in giro perché non riusciva a credere che una donna sola, con le poche pretese che aveva lei, fosse sempre impegnata a lustrare casa.

Lei lo lasciava dire, poi chiudeva la conversazione con la stessa considerazione: “non mi cimentare”.

Angelo me lo raccontava facendole il verso e imitando il suo accento pugliese. Io ridevo un po’ per come la imitava, un po’ di lui, perché pensavo che ignorasse una cosa meravigliosa: quella frase era una formula magica. Sotto quel non mi cimentare (qualcosa tipo non mi mettere alla prova, non mi sfidare) c’era per me un infinito possibile.

Io mi vedevo Lucrezia che si trasformava in drago, in albero, in fiore, in cuoca stellata, in autista di bus, in maestra elementare, in astronauta, in cantante pluripremiata ai Grammy, in CEO, in presidente del consiglio.

Se Angelo avesse provato, almeno una volta, a cimentarla, avrebbe assistito alla trasformazione che — sono sicura — avveniva sempre, ma a porte chiuse. Lucrezia ogni volta che correva a casa con la scusa di fare i lavori in realtà si trasformava e viveva un’altra vita.

Molte donne, di nascosto, si trasformano in quello che davvero vorrebbero diventare.

Questo ricordo me lo ha fatto venire a galla il post di Giovanni Lucarelli a proposito di Luisa Spagnoli: donna che mescolava genialità, passione, astuzia, empatia, spirito imprenditoriale e chissà quante altre magnifiche caratteristiche.

Io voto perché le donne diventino draghi davanti a tutti, non di nascosto, nella loro cameretta.