Fisiologia dello spopolamento dei borghi

Perché chiedere a un giovane di andare a vivere in un paese che si
spopola è una cattiveria.

Casa Museo — foto Claudio Mammuccari

Una delle litanie che leggo su Facebook e sulle pagine delle aree
rurali e montane, è l’estetica della bellezza dei borghi e della vita
amena. Lenta, in connessione con la natura, salutare,
silenziosa, immersa nella fissità del paesaggio, e in tutte le
declinazioni del benessere.

Il più grande museo della nostalgia virtuale. Gallerie di fotografie di paesaggi, scorci medievali, centri storici deserti, anziani davanti la porta, campi arati e campanili. Centinai di condivisioni alimentate da animatori e filantropi di luoghi che si perdono nella memoria e che non ricordiamo nemmeno. Posti che nonostante i like non visteremo mai, non ce ne ricorderemo, e non scaturiranno nessun desiderio di documentarci sulla loro storia.

Il paradosso è che l’Italia ha centiania di borghi abbandonati alle cure dei locali, spesso accorpati ad altri comuni e che piano piano scivolano nel dimenticatoio. Aspettando forse che la rinaturalizzazione dei luoghi prenda il posto di antiche mura.
I motivi per cui i borghi si spopolano, soprattutto nelle zone alpine
o appenniniche sono tanti e cercheremo di analizzarne alcuni, ma sono
sicura che chi ha vissuto un’ esperienza di vita periferica rispetto a i
centri di produzione potrà aggiungerne altri.
Alcune delle risposte che ho ascoltato su questa inversione di tendenza è stata di costruire le fabbriche per far ripopolare paesi che
tra venti anni non ci saranno più.
Riconoscendo la bellezza e la qualità della vita che si potrebbe
vivere in un borgo, riconosco che è impossibile tornare a vivere lontano dalle città fino a quando non si chiariranno certi valori non negoziabili sulla qualità della vita.

Ritorno all’ovile — foto Claudio Mammuccari

Un ragazzo di 30-40 anni non andrebbe mai a vivere in montagna per
andare a lavorare in fabbrica. Non sceglierebbe un cambiamento radicale
per lavorare in una fabbrica che non rispetti le nuove esigenze di
vita legate alla salute, allo stress fisico e mentale e agli schemi di
subalternità che spesso si vivono in contesti di lavoro logoranti. In
secondo luogo, ma è il più importante. Per stare sul mercato le
aziende dovranno digitalizzare tutto, saranno i robot a fare la
maggior parte dei lavori che fanno gli operai e nessuna delle
fabbriche adesso è pronta per questo cambiamento.
Mancano i servizi fondamentali, come i presidi medici, il pronto soccorso,
i medici specializzati, le farmacie e se soffri di patologie croniche
vivere in zone con una scarsa mobilità è molto rischioso.

Mancano le reti viarie. Molti dei borghi, sono difficili da
raggiungere. Bisogna avere la macchina e gli autobus non sempre
raggiungono questi luoghi e non tutti i giorni. Il treno o la rete
viaria talvolta scoprirete o che non è stata mai pensata per non
erodere feudi di antiche nobiltà o che lacerti di vie ferroviarie sono
stati dismessi da decenni. Spesso hai solo un accesso, e nel momento
che crolla una strada o c’è un dissesto idrogeologico rimani isolato o
sei costretto in maniera tacita e pericolosa ad attraversarlo.

Ritorno all’ovile — foto Claudio Mammuccari

Vivere in questi paesi costa tantissimo. Molto più che in città. Devi
avere una casa, avere un buon impianto di riscaldamento,
avere la legna a disposizione, e comprarla o farla arrivare ha un costo.
Devi avere sempre un kit di sopravvivenza nel caso in cui la neve ti
seppellisca in casa. Quindi un magazzino facilmente raggiungibile dove
tu possa accumulare tutto, dall’acqua al cibo in scatola, ai
detersivi, legna, batterie, candele e tutto ciò che può servire per un
isolamento.
Spesso in questi borghi non ci sono negozi, nemmeno un panificio, o un
bar. E fare la spesa vuol dire aspettare i market camion che passano
una volta alla settimana. O avere un figlio o un vicino che va nel
paese più fornito per comprare il necessario, che vuol dire pagare
tantissimo perché l’unico rivenditore ha dei prezzi da stazione
sciistica di lusso.

Bisogna conoscere benissimo il territorio, azioni che noi cittadini
urbanizzati faremmo con distrazione o con un automatismo rischiano di
diventare pericolose. Come per esempio sedersi in prossimità di
abbeveratoi, lavare il bucato al lavatoio, fare un picnic
vicino covi di serpi e non saperlo.
Manca una copertura telefonica. Se i percorsi della transumanza sono
stati gli avamposti di scambi, di culti religiosi, di abitudini
alimentari, di lavorazioni di utensìli, di dialetti e di ogni forma di
produzione culturale che ancora adesso leggiamo nei tracciati dei
pellegrinaggi, nella tradizione culinaria e nella vicinanza
linguistica di alcuni dialetti. Lo dobbiamo a delle grandi autostrade
del sapere pastorale che per secoli hanno intersecato l’Italia. Le vie
delle nostre transumanze umane percorrono invece tratturi virtuali, connessioni digitali e piattaforme aggregative che sono gli antichi stazzi o i
ricoveri dei pastori.

La produzione del sapere e dell’informazione, o semplicemente la nostra identità si gioca in rete. Identità personale e aziendale.

No connessione, no parti!

Scuola —foto Claudio Mammuccari

I beni relazionali o rara umanità che dobbiamo reimparare. Se
non saluti il vicino di casa a Milano perché dovresti farlo con una
vicina di 80 anni, che non capisce quando parli e che probabilmente
dovrai aiutare? Che non ha capito di chi sei nipote e che vivrete in un
perenne sfasamento temporale? Vivere con gli anziani è difficile,
anche su questo bisogna fare il punto della situazione. Che per quanto
tu possa essere giovane, bello e aitante, diventare il capo tribù di
un paese che potrebbe essere il reparto di geriatria più grande
d’Italia non è divertente.
Manca un’offerta culturale. Dopo la tosatura delle pecore, il tombolo,
la ripulitura del forno, la raccolta dei funghi, le marmellate di mele
e la raccolta delle erbe spontanee, cose che fai di solito con il bel
tempo. O decidi di diventare umarell bene immateriale o diventi uno
stilita anacoreta vestito da hypster.

Frattura Vecchia (AQ) - foto Claudio Mammuccari

Perché certi borghi si spopolano. Ciò è dovuto alla trasformazione economica di zone interessate da diverse fasi migratorie che dalla fine del 1800 fino agli anni ’70 hanno interessato con destinazioni diverse moltissime provincie.
Cambiamento degli stili di vita, guerre mondiali, catastrofi come il
dissesto idrogeologico e sequenze sismiche disastrose. Impoverimenti
delle reti commerciali e cambiamento dei consumi. Alfabetizzazione
ecc… ma uno dei tabù in cui si inciampa più spesso è questo: la
mixophobia. Adesso la chiamano così, che è un modo elegante per non dire siamo razzisti. Molte di queste valli potrebbero essere salvate e ripopolate da migliaia di persone che in questo momento aspettano di essere redistribuite sul nostro territorio. Sono i rifugiati siriani e di molti paesi da cui scappano da torture, guerre, morti e da ogni forma di violenza. Sono persone,
famiglie, che non desiderano altro che una vita normale, serena e in un
paese con dei diritti civili come il nostro. Sono persone con un
portato di vita e di esperienza che arricchiribbe con il loro lavoro e
la loro cultura noi. Io vengo da Palermo, e sono sempre cresciuta con
tutti i paesi dell’Africa in città e non riesco a concepire certe
paure. E poi diciamolo, l’algoritmo di base è se ti chiudi, muori!

La scelta politica. Molti paesi, borghi, frazioni quando diventano
molto piccoli come numero di residenti vengono assorbiti da altri
comuni. Questo vuol dire non essere rappresentati o esserlo in maniera
ufficiosa da comitati che non hanno nessun valore istituzionale, ma
sono legati alla festa locale, e si costituiscono lo stesso pur non abitando
più nel borgo. Questa è l’estrema unzione per il paese. Nel senso che ne
soffrirà in termini di manutenzione, attività culturale e nei servizi,
ma anche di rappresentatività del posto. L’equazione è pochi residenti
uguale pochi voti.

Scanno (AQ) foto di Mercurio Antonio

Cosa fare? Sono anche io una filantropa dei borghi, ci vivo, li amo,
mi metto il costume locale, insomma mi stanno a cuore. So che tra
 vent’anni non ci saranno più. Io avrò vissuto l’esperienza più
formativa della mia vita, posso dire di aver avuto come nonni dei
fossili viventi, radicati in un territorio arcaico e duro. Posso dire
ho vissuto e sono stata aderente ai miei valori e l’etnografia sarà
una traccia di questo arco temporale in estinzione, e dopo?
Davanti a una modernità che ci allaga si sopravvive se si
accetta il cambiamento:
1) Portare connessione e banda larga in luoghi remoti e nei centri
storici dei borghi e dei paesi.
2) Trasformare scuole, edifici industriali in disuso in Hub per le imprese o
incubatori di Startup, Community, Coworking e spazi di innovazione.
3) Riadattare le case in base alle nuove esigenze e metterle in canali
come Airb&b o piattaforme facili da prenotare tramite internet.
4) Rendere questi posti realmente raggiungibili in modo sicuro.
5) Creare delle residenze per nomadi digitali internazionali.

Bisogna riscoprire il termine mentelocale che vuol dire personalizzare”.