Mondi rurali

L’epica del ritorno, dell’orto come pratica esperienziale, disorienta.

foto Claudio Mammucari

La rivoluzione dei simboli. Non si può e si deve resistere all’idea di tornare a lavorare la terra se non si accetta che è stato un lavoro provante e devastante per i nostri antenati, e spesso vessatorio da parte di chi possedeva le terre.

Gli strumenti per entrare in campo, oggi servono tutti, sia materiali che digitali. Non ci si può precludere questo enorme aggiornamento che ha fatto l’agricoltura per non rimanere ostaggio di un passato duro e puro.

Il desiderio agricolo. Bisogna sentire Pietas e Pathos. Bisogna sentirne l’urgenza. Perché è un grande impegno e un grande investimento. Soprattutto se lo stai progettando e sei all’inizio. Bisogna avere un piccolo gruzzolo per cominciare, con tutte le incognite dell’inesperienza. Certo dalla tua parte hai tante motivazioni. Avrai sviluppato una tua critica sociale ed economica e vuoi costruire un progetto aderente ai tuoi valori. Ma come si fa? All’inizio ci si sente spaesati.

La retorica del ritorno è noiosa. Si torna. Forse non si vorrebbe nemmeno tornare, o forse non si ha altra scelta che la casa in campagna e il terreno ereditato. Non credo che dietro tutte le scelte agricole ci siano motivazioni esistenziali o ideologiche. Spesso è per necessità, altre volte sono storie di famiglia che ritornano, pochi sono, rispetto a quello che si vuol fare credere, che sia per una eco-critica. E se non c’è proprio la necessità di mantenersi lavorando la terra, mi permetto di dire che è un hobby.

foto Claudio Mammucari

Tra le ipoteche del passato, il problema di genere nei campi esiste ancora. Nonostante facciamo lo stesso lavoro fisico, ci svegliamo all’alba, partecipiamo o potremmo partecipare a tutte le fasi del lavoro agricolo, rimaniamo sempre marginali e liminari rispetto alla parte cognitiva, organizzativa e di discernimento. Di fatto l’agricoltura, che nasce strettamente legata e assimilata a un pantheon femminile, rimane confinata a ruoli minori. La donna ha scarsissimo peso nelle scelte o non viene ascoltata. L’idea di fare impresa viene fraintesa, ha un peso minore. Non viene considerata adeguatamente.

Mi chiedo se ricomporre le rete della vita agricola è un modo per resistere al cambiamento?

E’ una comfort zone, ma non basta. Perché ritornare nei campi, produrre il cibo, è una delle attività lavorative che ti radica in un territorio e ti costruisce. Ma c’è anche bisogno di portare avanti un discorso che leghi agricoltura e distanze intellettive. Che ti permette di avere un orto, un campo e allo stesso coltivare te stesso fuori dal campo.

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