Un aspirante suicida

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Un suicida non può mai riconoscersi come tale, soltanto vivere da aspirante finché il gesto non prevalga sulla parola e si completi nell’avvento dell’azione, come un attore che abiti la scena ma che riesca a rappresentarla non solo nell’atto del dire ma soprattutto in quello del rispondere. L’aspirante suicida osservava la sua lettera di dimissioni, Non per delusione amorosa né per i troppo rifiuti degli uomini risolverò il mio gesto, ma per amore dell’arbitrio libero dai condizionamenti del venire al mondo, aveva scritto senza risparmiarsi nella retorica del discorso sulla morte che vince ogni buona scrittura e tentativo di leggerezza. Le parole d’addio si danno tutte nel difetto di un’esistenza che chiede al foglio e alle lettere qualche consolazione di sorta, un messaggio di conforto nascosto dietro al mutismo costretto dell’oggetto. Se una riga a un tratto gli parlasse come a un fratello e gli suggerisse di perseverare nel cammino della vita, l’aspirante suicida non potrebbe che stracciare quella pagina e liberarsene per ricominciare con una lettera nuova, e che stia ben zitta, al suo posto di carta spietata. Aveva dunque con la saliva sigillato la busta prima di poggiarla sul tavolo, lì in bella mostra, di modo che chi fosse entrato e avesse trovato il corpo ormai esanime senza faticare nella scoperta di quell’ultimo monologo.

La carne aveva assolto al proprio impegno: era nata, prima di tutto, e tanto sarebbe bastato perché si sentisse appagata del proprio aver nome, invece si era persino detta animata da uno spirito e si era impiegata nella caccia a un’altra carne femminile che era diventata moglie e madre d’un bambino cresciuto come figlio, e lui, corpo di padre, marito, filosofo, chino sullo studio finché non si era riscoperto solo, allora era diventato padre per poche ore al mese, amante d’una ragazza per qualche minuto alla sera e filosofo, chino sullo studio, sempre più prossimo alla comprensione di un essere che gli si era esaurito in petto concludendo in questo modo la ricerca disperata di una distrazione. Priva di piacere si sarebbe presentata la consolazione, come si diceva, poiché egli era risoluto nella decisione: sarebbe diventato un aspirante suicida che si completa nel gesto incredibile della morte. Certo, non era un socratico, eppure nemmeno poteva accettare la costrizione che si nutre di quotidiano, e non che fosse monaco, o casto, ma tale prigionia lo soffocava addirittura nel sesso durante gli amplessi che subiva da maschio, oppure nella lettura di un’opera durante i giorni di lavoro. Un uomo deciso, finalmente, nel vortice di tanta ambiguità di pensiero, ben consapevole delle proprie decisioni morali. Ebbene: ammazzati pure, caro M. K., ne hai diritto.

L’uomo si alzò a osservare dall’alto la scrivania ordinando la posizione della tazza in cui ogni mattina beveva una tisana sfogliando un quotidiano. Desiderava farla finita con la vita, congedarsi, come Esenin, magari scrivere con il sangue la propria dipartita. L’Arrivederci, gli appariva nell’immaginario, ma vivido, proprio davanti agli occhietti grigi, quella parola recitata con un timbro che proveniva direttamente dagli abissi della gola, e grattava sulle corde, Arrivederci, il tono aumentava e l’avvenire si presentava come un apparizione pronta a fuggire. Dell’avvenire non si può dire che questo, sempre pronto a fuggire senza mai realizzarsi, di continuo costituito di un progetto nel caos: no, nessuno avrebbe potuto impedirlo. Chi, poi? La buona società, ma quella l’aveva abbandonato quando era diventato troppo vecchio; le donne? Nessuna donna aveva mai fermato la sua furia, neanche la moglie, neanche la madre. Quando si arrabbiava era un diavolo e le sue decisioni erano prese contro qualsiasi buona parola della natura, qualunque altra carezza divina. L’avrebbero trovato, il giorno dopo, penzoloni al soffitto, con le mani distese e un ghigno terrificante sul volto: sì, qualcun altro sarebbe morto a causa di quel ghigno o almeno lo avrebbe ricordato per il resto della vita.

Si preparò, l’aspirante suicida, il cappio lo attendeva, gli restava appena il tempo di arrangiare la sedia, eccola, adesso la scenografia era completa: morte di un letterato. Arrivederci. Si arrampicò su per la collinetta di legno, avrebbe in seguito inserito la sua testa bionda nello zero di corda, una tigre che attraversa il suo bravo cerchio per ricevere un premio, e con il piede avrebbe rimosso l’ultimo ostacolo. Qualche minuto di attesa, si capisce, avrebbe cercato di liberarsi e tornare a terra, gli uomini sanno rivelarsi davvero meschini in punto di morte, e in conclusione avrebbe finalmente cessato di resistere. Eccolo, non più visto da sé stesso, privo di qualsiasi coscienza, già si vedeva giacere in verticale al centro della camera. Arrivederci. Era ormai in alto e indossava un gioiello tutto nuovo di cordame autentico. Si ricordò che aveva lasciato proseguire oltre quelle condizioni due fra i suoi personaggi, un conte tradito e un’attrice annoiata, ora li avrebbe accompagnati, pensò anzi per un attimo, ma solo per un attimo poiché tali pensieri risultano piuttosto cretini anche se generati dalla mente di un suicida, che li avrebbe incontrati ancora, il conte con il suo riporto che partiva dalla fronte e cercava malamente di coprire il cratere sulla nuca, e l’attrice, con tanto di pianto comandato. Arrivederci, sì, arrivederci.

Aveva forse commesso errori dentro la lettera di dimissioni? Lui, uno scrittore, uno fra i più letti, poteva permettersi di commettere errori in un documento così importante? No, bisognava ricontrollare, come si dice? Scrivere, rileggere, aspettare, rileggere. Un periodo sbagliato, un verbo fuori luogo: la consecutio! E se avesse sbagliato la consecutio? L’aveva sbagliata di certo, no, non poteva davvero andarsene a quel modo, lasciando un biglietto malscritto. Doveva almeno controllare. Si spogliò del cappio e ridiscese a terra. I tacchi delle scarpe batterono sul pavimento già rassegnato all’idea di non doverli mai più sopportare.

Si recò alla scrivania, strappò la busta, dispiegò il foglio, rilesse. Io sottoscritto, eccetera eccetera, nel pieno possesso, sì, poi?, Non per delusione, sì, vi dico addio, anzi, arrivederci. Sembrava tutto in ordine, ma no, sibillino l’errore posava nell’ultima riga, la più importante (non che la prima non lo sia, ma proprio la conclusione, il congedo più autentico non può contenere errori) e invece Che possiate essere felici! recitava Che potete essere felici! L’aspirante suicida riprese tra le mani la penna e cominciò a correggere. Era buio, quando concluse, notte inoltrata, le luminarie della città accese già da qualche ora. Guardò alla finestra, poi i suoi occhi si spostarono sulla scena dell’opera. Stasera nessuna rappresentazione a quanto pare, si sentiva troppo stanco persino per la morte.

Antonio Iannone, 2016

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