Genitori, istruzioni per l’uso non pervenute

Il mestiere più faticoso del mondo? “Genitore”. Costellato di insidie e di errori. Anche definirlo un mestiere è uno sbaglio. In bilico tra relazione affettiva, compito sociale, percorso di educazione sentimentale e culturale è un blob, un ibrido, in cui ciascun membro coinvolto nell'interazione è costantemente in credito e debito verso l’altro.
Lo si impara vivendo, sperimentando in continuità e in opposizione con il modello famigliare e affettivo in cui si è stati allevati a propria volta, dovendo aggiustare continuamente il tiro in adeguamento ai mutamenti sociali, storici, scientifici. I genitori, come nella migliore tradizione dei più sofisticati strumenti tecnologici, nascono già obsoleti, anche quelli che si pensano di ultima generazione.
Tanti i cambiamenti tra il modus operandi dei miei nonni, dei miei genitori, di mio marito e mio. Come in una catena di Sant'Antonio che non va mai a buon fine, i primi hanno colmato le lacune a loro tempo patite , i secondi hanno lavorato a turare altri vuoti da cui si sono sentiti segnati e noi qui, a cercare ennesime buone soluzioni per riparare i buchi che ci trapassano. Ciascuna generazione stratifica, alla fin fine, la stessa quantità di colpevoli assenze e errate presenze sui figli, formalmente e quantitativamente diverse ma qualitativamente ugualmente “incidenti” sulle psicologie, sulle vite, sui loro destini. 
 Una riflessione che non ha nulla di rivoluzionario, la mia. Scontata.
Nei giorni scorsi un sedicenne, oggetto di una perquisizione domiciliare perché trovato in possesso di “fumo”, si è gettato dalla finestra di casa, togliendosi la vita.
Non intendo affrontare il tema della liberalizzazione degli stupefacenti, ne’ indagare sulla responsabilità morale degli inquirenti. Mi piacerebbe semplicemente legare il mio sproloquio iniziale a questo fatto di cronaca per invitare i “ colleghi genitori” a riflettere sul tema delle droghe, e aggiornarsi il più possibile su questo fenomeno antico si, ma camaleontico, di cui oggi pochissimo si parla.
Mancano politiche sociali giovanili: questo è un dato incontrovertibile. Mancano figure “istituzionalizzate” che possano essere punti di riferimento per i ragazzi. Si parla loro di molti argomenti “emergenti”: cyberbullismo, educazione sentimentale. Ma oggi molto meno che ai miei tempi si parla loro di droga con la necessaria obiettività. Allarmismi o silenzi sembra siano le sole due variazioni possibili sul tema. 
I genitori, di fronte a questo fenomeno, infatti, danno vita ad un campionario di tipologie sempre del tutto inadeguate. Ci sono “gli ignoranti” coloro cioè che fingono l’inesistenza delle droghe, come se a propria adolescenza conclusa, avessero resettato la mente, cancellando il ricordo dei tempi in cui hanno visto girare canne o hanno assistito al perdersi di amici.
Ci sono quelli naif, che essendosene tenuti alla larga ai loro tempi, pensano l’impronta genetica sufficiente a garantire l’uguale condotta dei figli.
Altri si limitano ad affidarsi alla sorte, sostenendo che “è questione di fortuna”.
C’è anche qualcuno che liquida la questione con l’inutile litania di “non accettare caramelle dagli sconosciuti e leccare francobolli”.
Fare finta di nulla è una tattica altrettanto diffusa: mettere la testa sotto la sabbia aspettando che il vento della “maria” si dissolva per casa è un ever green..
Non c’è un modo vincente, un metodo migliore rispetto ad un altro per guadagnarsi l’immunità dal pericolo droga. O si, invece. Nell’infinito arco di possibili condotte, che tutte implicano margini di errori, c’è, secondo me, qualcosa da dire o tacere, fare o omettere, per stare accanto ai nostri figli.
Una strada o anche un sentiero sterrato. Piuttosto una di quelle bilance sulle quali si prende posto in due, andando su e giù in un gioco di contrapposti pesi e forze, dove silenzi e parole, sguardi muti e consigli espliciti diano ai ragazzi suggerimenti sostenibili, non invadenti e oppressivi.
I genitori devono conoscere le droghe. Devono colmare il gap culturale su questo argomento che li separa dai figli. Bisogna stare sul pezzo. E bisogna che dicano costantemente ai ragazzi che mamma e papà sono e rimarranno la “casa base” a cui fare ritorno dopo ogni fuga, che ci arrivino di corsa stando ritti sui propri piedi, atterrino sulle ginocchia con i pantaloni stracciati e le ginocchia sbucciate o che la riconquistino a fatica, gattonando sui gomiti.
L’eventualità che il nostro bravo ragazzo si faccia una canna c’è ed è reale. Bisogna essere preparati e preparare anche i figli, perchè sappiano che non c’è mai giudizio morale o stigma sociale, che ci può essere uso di erba ma non ci deve essere abuso, e sopratutto che nulla è mai perduto nella vita, specialmente a quindici o sedici, ma anche vent’anni, men che mai l’onore.

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