Sfida tra mamme

Non conosco l’universo maschile, e ignoro le leggi che ne regolano il funzionamento. Al contrario ho una precisa idea dei moti rotatori, rivoluzionari e oscillatori che interessano il pianeta donna. Sarò dura, forse addirittura spietata, quindi vale la pena cominciare subito, sparandola grossa: per una donna non c’è nemica peggiore di un individuo del suo stesso sesso. Noi donne siamo spavalde, bugiarde, presuntuose. Sparliamo, pontifichiamo, giudichiamo e soprattutto giochiamo sempre al rialzo. In ogni cosa che facciamo traiamo impulso da un unico imperativo: “Se non puoi essere come loro, allora sii superiore”. Una donna in carriera, ad esempio, riesce a schiacciare, sminuire e mortificarne un’altra che ha scelto di essere casalinga sicuramente meglio di quanto faccia un uomo. Ma tralasciamo l’argomento delle scelte esistenziali e concentriamoci sui temi della gravidanza e della maternità. Gli uomini per secoli ci hanno venduto la famosa teoria “dell’invidia del pene” e noi abbiamo rilanciato con un’invidia altrettanto volgare: “quella per la maternità”. Se continueremo così, di colpo in colpo, di dritto in rovescio, il mito dell’uguaglianza tra i sessi si perderà per sempre in un campo di ortiche. Personalmente questa storia “dell’invidia del pene” non l’ho mai condivisa. Grazie a Dio l’appartenenza al genere femminile non mi ha mai limitato. Grazie a Dio, prima di me, almeno in questa parte del pianeta, altre donne hanno lavorato durissimamente perché io avessi gli stessi diritti degli uomini. Mentirei se dicessi che, a livello sociale, la parità sia una conquista definitiva e perfetta. Ugualmente non sarei sincera negando di aver combattuto qualche piccola battaglia anche in famiglia per abbattere le resistenze di mio padre riguardo vecchie consuetudini. Piccoli dettagli, tutto sommato, rispetto ai principi di uguaglianza che, anche per papà, erano indiscutibili: il mio diritto allo studio e all’indipendenza o la possibilità che il cacciavite e i suoi attrezzi li ereditassi io, piuttosto che mio fratello. Mi piacciono la mia femminilità, la mia emotività, la mia fisicità …. cosa me ne sarei fatta di un batacchio, pendente tra le gambe, non arrivo proprio a capirlo. Sono scettica, comunque, anche rispetto al luogo comune opposto dalle signore secondo le quali l’uomo invidia la nostra possibilità di generare una nuova vita .

Quale uomo vorrebbe mai una pancia grossa come un cocomero, o le doglie o subire il parto? Riflettiamo, per un attimo, su cosa desideri una donna quando decide di dare ascolto al famoso orologio biologico: vuole una gravidanza o un figlio? La gravidanza è una condizione transitoria, un’esperienza lunga nove mesi, personale, bella quanto si voglia ma finalizzata alla genitorialità. Nell’ipotesi più comune di un uomo e una donna — escludendo, cioè, i casi, pure numerosi di genitori singles o di coppie omosessuali- la gestazione è il cammino di due individui che per le ragioni più disparate decidono di creare una nuova persona figlio di entrambi; un percorso che si comincia e si prosegue in tandem anche nel futuro. Un bambino non è unicamente figlio della madre poichè lei lo ha tenuto nel grembo e lo ha allattato. Non è da lei amato in misura maggiore o esclusiva perché lei lo ha partorito con dolore. La capacità di amare e di accogliere, l’abilità di donare e di condividere, l’inclinazione a concedersi e a sacrificarsi senza recriminare sono doti individuali, innate o apprese, ma non sono la cifra esclusiva della maternità. Oggi i nostri padri e mariti sono cresciuti. Sono divenuti dei “mammi”perfetti; sanno prendersi cura materialmente dei figli e hanno imparato a manifestare senza reticenze la propria sensibilità, la disponibilità e l’amore. Sono andati ben oltre i nove mesi della gravidanza. Ma allora perché noi donne continuiamo a esibire la gravidanza con tutti i suoi corollari (es. allattamento)? Perché ci ostiniamo, ancora, a parlare dell’istinto materno come dell’unica bussola per orientarsi nel mare magno della genitorialità? Per farci invidiare dalle altre donne. Quanto più siamo emancipate, istruite, indipendenti, tanto più ostentiamo. Non usiamo più la definizione di stato interessante ma sottintendiamo costantemente quanto notevole sia la nostra condizione.
 Abbiamo, illo tempore, sfacciatamente deriso e canzonato le nostre amiche che, rinunciando alla carriera, hanno voluto subito sperimentare la maternità, e ora che, “primipare attempate,” tocca a noi siamo insopportabilmente impegnate a decantare le meraviglie della gravidanza: ma non è la classica scoperta dell’ acqua calda?

I nostri racconti sono sempre iperbolici, anzi, quando cominciamo i confronti allora si perdono le misure e neppure le iperboli reggono. La nostra gravidanza avrà sempre un “più “ rispetto a quella di ogni altra donna. Non importa se il comparativo sia di maggioranza o di minoranza, fondamentale è misurarsi: ai nove mesi fantastici delle amiche opporremo i nostri assolutamente superlativi, al loro trimestre di nausee mattutine risponderemo con un quadrimestre di malessere continuo. Se noi ci vanteremo di un parto lungo e laborioso la nostra interlocutrice sarà orgogliosamente imbarazzata dalla velocità con cui ha dato alla luce il suo bebè .

Ma è in materia di allattamento che diamo il meglio di noi stesse.

Consiglio, a chi ha sentito la pressione sanguigna subire un’impennata, di abbandonare adesso la lettura. Le righe seguenti risuoneranno come un affronto inaccettabile e correrete il rischio di un infarto.

Certamente è consigliabile nutrire i neonati al seno almeno per i primi 3 mesi di vita, ma ho visto amiche e conoscenti, impazzire completamente, riguardo a questo tema.

C’è un vero e proprio esercito di madri che tralascia, con tranquillità, molte cose fondamentali per un corretto sviluppo psico-fisico del bambino e continua, invece a rimanere concentrata unicamente, sulla necessità di un lungo allattamento.

C’è chi allatta per 6, per 12, per 24, per 36 mesi ed oltre. Ho visto tette venire fuori nei posti pubblici più impensati per soddisfare il famelico appetito di bambini alti un metro e mezzo che con i loro dentini nuovi riuscirebbero a spolpare un osso ma ai quali si offre ancora il seno materno e che, poppata dopo poppata, si annodano morbosamente alla cara mammina.

Non importa chi sia l’inconscio destinatario di questa esibizione. Posso ipotizzare un campionario variegatissimo di soggetti dei quali si vogliono suscitare le invidie: il padre del bambino, per sottolineare un legame di possesso che egli non potrà mai conquistare, o le amiche, disperate perdenti di questa gara. Sono questioni personali, e ( come ho già detto) non mi interessano.

So, però, ed è questo che mi appassiona e mi indigna, cui non prodest.

Non giova a molte altre donne, che finiscono, loro malgrado, in questa rete narcisistica di autocelebrazione, restandone ferite e mortificate.

Penso alle donne che non potranno essere madri. Alle mamme adottive. A chi allatterà, fino a sfiorire, ben oltre le proprie capacità fisiche, temendo altrimenti di non essere all’altezza e a quante si dispereranno, in silenzio, sentendosi meno mamme, mentre riempiono un biberon.

La discrezione e il pudore, non sempre sono elementi di un puritanesimo anacronistico o indici di una mancata emancipazione, a volte possono essere gesti di rispetto e di amore verso le nostre sorelle.

Mi piacerebbe che tutte riflettessimo su questo e che i gesti d’affetto si moltiplicassero.

Ecco cosa mi piacerebbe!

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