Taccuino turco

Bella signora ti ho ritrovato così come ti avevo lasciata, stesa su di un fianco, capelli al vento, volto verso il sole e occhi chiusi, con l’espressione indolente di un’adolescente che ha scoperto il piacere dell’abbronzatura e vuole i raggi tutti per sé. 
 Alcuni ti chiamano Smirne alla maniera occidentale, altri Izmir secondo la tua lingua.
 Per tutti i turchi fuori dalle tue mura sei “l’infedele,” a causa dell’indole ribelle. Le tue figlie godono fama d’essere le donne più belle di Turchia e non si ricorda persona che arrivata piangendo, si sia accomiatata da te versando almeno il doppio delle lacrime. Confesso che mi bastò sentire il tuo nome per temerti, per diffidare di tutto ciò che rappresentavi. Solamente piccoli dettagli, rispolverati da reminiscenze ginnasiali, aprirono la porta alla possibilità di un’amicizia. Ragioni che adesso mi suonano infantili, come il fatto che un tempo fosti parte di quel mondo greco della cui mitologia sono appassionata da sempre. Sapere che forse il poeta Omero crebbe tra le tue strade mi infuse il coraggio d’affrontarti. Tra le tante cose di cui ti sono debitrice, le più importanti sono l’avermi insegnato che i pregiudizi penalizzano principalmente coloro che li nutrono e l’avermi aiutato, giorno per giorno, a disfarmi dei miei.
 Cara Amica, stretta nel tuo abbraccio di benvenuto, mentre il tuo profumo mi invadeva le narici, anch’io ho chiuso gli occhi. Ho offerto il viso a quel sole da cui attingi l’energia che emani e così illuminata ho cominciato a cercare nella memoria le prime immagini di te, anzi di noi.
 Niente è più difficile che affrontare i ricordi. Sono tanti, talvolta belli, talaltra brutti. Ci costringono a fare i conti con il destino, con le nostre scelte o più banalmente con il trascorrere del tempo. Dopo tanti anni di lontananza, tra le tue braccia, mi sono persa nelle memorie e solo al termine di un lungo ripensamento finalmente eccomi qua, pronta ad aprirti il cuore. 
 Con i veri amici risalire al fatidico attimo in cui ci si è rivolta per la prima volta la parola è una prova destinata al fallimento. A dispetto di ogni sforzo prevale l’impressione di conoscersi da sempre. Altre volte si è più fortunati. Io lo sono stata. Insperatamente ho recuperato l’immagine dell’ora zero in cui tutto ebbe inizio. Dal fondo di un cassetto dove era sepolta, intatta fin nei più minuti dettagli, come una foto ingiallita ma che ancora conserva un’apprezzabile nitidezza, è spuntata l’immagine del giorno in cui atterrai in città. La gioia della scoperta si è però incrinata brevemente al pensiero che tra noi non fu amore a prima vista. L’affetto totale e incondizionato, al quale mi arresi in seguito, fu preceduto da un sentimento d’autentica antipatia.