Manza Inquartata

A volte mi capita, care ragazze, di incontrarvi per strada dopo tanto tempo e notare che siete ingrassate, qualcuna più, qualcuna meno.
E questa cosa, di solito, non mi mi lascia indifferente.

Il mio pensiero numero 3, va detto, è di natura spiccatamente maschilista: “Accidenti, come s’è inquartata ‘sta manza!”. Naturalmente non vado fiero di questa reazione e quindi non ve la esplicito (di solito, almeno).
Il pensiero numero 1, invece, è il figlio di un’educazione borghese anni ’80 per la quale l’obiettivo minimo della sopravvivenza sociale è sempre la superficialità: “Ah, come passa il tempo. Più si invecchia e meno ci si vede in giro. Guarda un po’ questa ragazza com’è cambiata”. E anche questo ve lo risparmio, per fortuna.

Il pensiero numero 2 è di natura più sfuggente e romantica, parte da lontano: nei vostri zigomi rigonfi, nelle guance arrotondate, nei seni appesantiti e i fianchi esondati che sfidano la tensione degli elastici e delle cuciture, io vedo per un attimo qualcosa di più di un semplice aumento della massa grassa e della resa definitiva nell’eterna battaglia contro la forza di gravità.
Nel vostro corpo espanso io trovo istintivamente un’esplosione rotonda e rassicurante di benessere conquistato, di morbido adattamento alla vita, di accomodante familiarità e di salute prosperosa, in un universo appagato di ottimismo al sapor di fritto misto e variegato alla nocciola.
E quindi di solito vi abbraccio, e con la luce negli occhi vi dico: “Cazzo però, ti vedo bene!”
Non mi è ancora chiarissimo cosa mi spinga a notare prima la “dolce chiattoncella” rispetto alla “manza inquartata” che abitano in voi, ma sono quasi convinto che molto dipenda dal pensiero unico meridionale che ha schiacciato la mia infanzia.

I pranzi e le cene a distanza di tre ore uno dall’altro, il cuginetto di 75 kg preso a riferimento familiare come esempio di salute, forza, potenza e sicura realizzazione futura, la pasta al forno con le polpette fritte al mare, le maestose cascate di prosciutto dei rinfreschi, quella volta da piccino che per farmi passare quel 39,2° di febbre mi i vennero servite una tachipirina e due panzerotti fritti con la carne macinata. E di come la febbre passò, miracolosamente.

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