L’anniversario di matrimonio.

Parigi. 17 Novembre.

Ci sono tante storie che scompaiono sotto la lente d’ingrandimento di un attentato terroristico. Sono storie minori, talvolta divertenti. Goffe. Come quella di Laurent e Zhi. Lui, parigino di nascita e paleografo, perduto fra polveri e libri: quasi uno stereotipo. Lei, oculista trasferitasi a Parigi dopo un rocambolesco divorzio quando non aveva nemmeno 24 anni, è una donna energica, reattiva e ciarliera, nonostante son petit accent.

Siamo stati a cena venerdì sera in Avenue de l’Opéra, a casa di amici. Intorno alle 23 si scatena una pioggia di telefonate e sms. Non si ha il tempo d’incollarsi davanti alla televisione né di accendere il computer. Una delle figlie di Laurent abita in rue Saint Maur, non lontano da Oberkampf. Ha 19 anni, studia legge, e da poco ha preso in affitto uno studio. Proprio nel quartiere più giovane di Parigi. Abbiamo il tempo di sentire che sotto attacco è stato il Carillon. Scendiamo tutti per raggiungere ciascuno casa sua. Laurent e Zhi per primi, in apprensione, ma calmi.

Per un po’ perdiamo contatto. Io attraverso il nord della città e una volta rientrato mi metto a fare telefonate. C’è stato già l’assalto al Bataclan da parte delle forze di polizia. I terroristi si sono fatti esplodere. Chiamo Laurent che non risponde. Non posso saperlo, ma lui ha già avuto notizie di sua figlia che sta bene. Lo ha saputo appena in strada, mentre attraversava Boulevard des Italiens rientrando a piedi e camminava a braccetto con Zhi, come tutti in testa un affastellarsi caotico di pensieri e sentimenti.

A un certo punto si accorgono di due persone a terra. Un uomo grida in una lingua che non capiscono, ma Zhi riconosce. “E’ giapponese”, dice al marito. Si chiedono se sono vittime degli attacchi e s’avvicinano: la donna è priva di sensi, sporca e cerea in volto. Il marito piange senza contegno. Ha una macchina fotografica al collo. Sono turisti giapponesi. Zhi si avvicina. La donna, secondo lei, rischia il coma etilico. In un inglese maccheronico, il signore dice che erano venuti a Parigi per il week end a festeggiare l’anniversario di matrimonio e che sua moglie era così contenta che aveva voluto ubriacarsi. Laurent e Zhi provano a chiamare dei taxi, ma il numero telefonico è intasato e non riescono a fermarne uno; sono tutti impegnati a nel trasporto di feriti o gente più vicina ai luoghi dell’attentato.

Stasera i taxi sono gratuiti.

Laurent si catapulta in strada, fa grandi cenni con le braccia, ferma una vettura che carica i 4 e li accompagna all’ospedale più vicino. La donna, in stato semi-comatoso, si sveglia per vomitare sui pantaloni di Laurent che impreca ma nel frattempo le tiene la testa. Il marito piange e gesticola invano per farsi capire. Zhi da le indicazioni al proprietario dell’auto per raggiungere l’ospedale. Quando arrivano la situazione non migliora. Laurent, sporco di vomito, cerca di parlare con un’infermiera del Pronto Soccorso; in tutta risposta la gente gli intima di farsi da parte. Non è aggressività, è la necessità di essere spicci e precisi da parte di medici, infermieri, barellieri.

E’ il “Plan blanc”, un piano di emergenza, per cui solo i malati vengono accolti all’interno della struttura. Due infermieri si avvicinano all’auto, prendono in consegna la donna e la portano dentro. Nessun altro può avvicinarsi. Nessuno può restare. E’ il “plan blanc” gli spiega un poliziotto, e nemmeno il marito può rimanere nei pressi dell’ospedale.

Laurent e Zhi sono stanchi, discutono un po’ con medici e infermieri, prendono informazioni più dettagliate su ciò che è accaduto a Parigi in queste ore. Del carnage. Non hanno avuto il tempo di accogliere lo schiaffo, di sentire il bruciore della ferita che la città ha subito. Adesso, all’ingresso di un ospedale, ora che la loro piccola avventura di solidarietà pare finire, realizzano di essere passati accanto, come tutti questa sera, alla morte. Ma, si dicono guardandosi negli occhi, passando sotto il giogo del ridicolo.

Zhi piange mentre il turista giapponese gli chiede cosa succede. I miei amici gli spiegano che non può restare, che stasera Parigi vive la catastrofe, e che lui e sua moglie hanno scelto il peggior momento per festeggiare l’anniversario e finire in coma etilico in Boulevard des Italiens. Non gli nascondono che è già tanto se l’hanno ricoverata. Senza aggiungere nulla, il turista piange e s’inchina. Prima di ripartire, Zhi gli chiede a quale hotel albergasse, ma l’uomo risponde di non conoscere il nome dell’hotel, che è sua moglie la direttrice d’orchestra della loro vita, e lui non ha idea di dove andare. I miei amici lo invitano a dormire a casa loro, senza pensarci su troppo.

Domenica mattina. Laurent mi chiama, ciascuno ha trascorso il sabato per conto proprio. Ciascuno smarrito. Laurent mi chiede se voglio fare colazione con lui e il signor Juao, mi pare che si pronunci così. Io non riesco mai a distinguere bene, se non me li scrivono, i nomi giapponesi e cinesi. Beviamo il caffè in un bar non lontano da rue Bonaparte, una zona di antiquari e gallerie d’arte dove ci ritroviamo di tanto in tanto, la domenica mattina.

Gli racconto che ieri ho avuto una lunga discussione al telefono con Clément, un mio collega, che per lui le comunità musulmane di Parigi da oggi sono prese in ostaggio, che bisogna capire come aménager la nostra vita in comune, che sarà complicato, che siamo in guerra, anche se io credo pericoloso usare le stesse parole di Valls, che, insomma, per ora Parigi…depuis Charlie Hebdo…che per lui, per Clément, Charlie era stato solo un pretesto…

La città, Parigi, la nostra Parigi, si è trovata trafitta: San Sebastiano di una iconografia postmoderna e violenta. Ma è Laurent a guardarmi, gli occhi rossi, e dice: “vedi: il ridicolo, mica smette di esistere di colpo solo perché la morte e i suoi soci si abbattono d’improvviso sul perimetro di una città, di uno stato, di una nazione. E per fortuna! Diciamolo pure! Altrimenti, è solo morte. Per fortuna c’è anche il ridicolo. Ho imparato questa cosa”.

In realtà non ho il coraggio di rispondere, di dire niente. Penso a un libro molto amato, Piccoli equivoci senza importanza, ma la memoria si nutre di troppo fumo, per adesso. Restiamo in silenzio. Sappiamo che nel pomeriggio andremo a rendere omaggio, o forse no. Intanto siamo insieme eppure un po’ soli. Il signor Juao, tra noi, non capisce nulla.

I silenzi vanno in troppe direzioni.

Zhi telefona e dice a Laurent d’informare il signor Juao che sua moglie, in ospedale, si è svegliata e oggi sta bene. Solo una lavanda gastrica e 24 ore di dormita.

Ci siamo messi a ridere. Poi abbiamo pianto.

Tutti e tre.