Il cyborg: l’alba dell’ibrido moderno

Il ventesimo secolo è stato insolitamente ricco di figure straordinarie e mostruose, come lo furono i secoli a cavallo tra il Medioevo e l’età moderna. L’atteggiamento nei confronti di queste figure non è sicuramente lo stesso dell’uomo medievale, ma in essi vi è incarnato quel senso di paura causato da una visione del tutto incerta del futuro della specie umana, e a volte anche catastrofica. Ma queste paure sono tutte figlie legittime della nostra situazione, del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: una trasformazione delle basi e delle modalità della vita associata talmente radicale da far parlare più di una mutazione antropologica. Bisogna però comprendere che non è la tecnologia a provocare questa mutazione: la tecnologia è figlia di un’attività umana e come tale non è causa, ma simbolo della trasformazione che ci avvolge. Ciò non toglie che quando il cambiamento è prepotente, l’uomo stenti a riconoscere la propria impronta in ciò che avviene e preferisce attribuire ad altri fattori le cause del disordine che lo circonda. Ecco perché la nostra epoca è popolata di mostri, come fu l’autunno del Medioevo. Ma il mostro contemporaneo, però, è geneticamente più complesso del mostro Medievale, perché è situato all’incrocio di due tradizioni, non completamente separate ma relativamente autonome. Il mostro del mondo medievale è una creatura naturale, la cui esistenza serve di volta in volta a dimostrare un’illimitata varietà della natura o a rimandare a un complesso e incomprensibile ordine voluto dal Creatore: esso è il risultato della restrizione o dell’ipertrofia di certi organi, oppure è un ibrido, una inedita contaminazione di più corpi esistenti in natura. Questa caratteristica dell’ibrido medievale fa sì che esso sia oggetto di indagine scientifica anche nel periodo di trapasso verso l’epoca moderna, ma già nei secoli XV e XVI la figura dell’ibrido ha trasferito parte della sua fisionomia a un nuovo personaggio: l’uomo artificiale. L’uomo artificiale rinascimentale (chiamato Homunculus o golem) testimonia l’ambizioso progetto di ripetere la creazione divina e l’inevitabile ribellione della creatura verso il creatore. Ma si presenta anche come il primo nucleo di riflessione su un processo di “artificializzazione della natura”. Per un paio di secoli la volgarizzazione del newronianesimo affiderà al concetto di macchina un ruolo di paradigma antropologico contradditorio, capace di nutrire l’illusione di un decisivo e risolutivo spostamento in avanti delle frontiere delle conoscenze dell’uomo, e una nuova, cupa ipotesi di non riuscire a gestire questa frontiera. Ad oggi il problema più grande è quello di comprendere e classificare una creatura in cui corpo dell’uomo e corpo della macchina si presentano inestricabilmente intrecciati: è il Cyborg (sigla di cybernetic organism), un “essere umano ipotetico”, recita negli anni Settanta il Webster’s dictionary, “modificato in modo da adattarsi alla vita in ambienti non terrestri tramite sostituzioni di organi artificiali e altre parti del corpo”. Anche se col tempo sono nate altre definizioni riguardanti la figura del cyborg, alla fine ciò che è evidente è che l’ibrido è tornato sulla scena e questa volta l’ibrido appare ancora più sacrilego, perché unisce in un unico essere il creatore e la sua creatura. Ancora adesso gli studi scientifici relativi alla figura del cyborg sono ancora troppo lontani dal poter dichiarare con fermezza i suoi aspetti positivi e negativi, tuttavia non bisogna nemmeno cedere alle idee catastrofiche scaturite dalla paura di non riuscire a controllare ciò che stiamo creando, ma la strada migliore è quella dove progresso e sicurezza vanno di pari passo, così da poter sempre migliorare nel progresso ed allo stesso tempo evitare che sbagli casuali portino ad errori irrimediabili. Non va neanche presa alla leggera l’idea di sviluppare un codice etico su come utilizzare al meglio le tecnologie future, al fine di preparare la mente e gli atteggiamenti degli uomini per dargli la possibilità di approcciarsi al progresso senza paura. Non sappiamo cosa il futuro ci riserva ancora per il nostro essere, ma una cosa deve essere chiara a tutti: il progresso non ci deve spaventare, poiché mira a migliorare sempre la vita degli uomini, ma allo tesso tempo non dobbiamo dimenticare che rispetto alle nostre invenzioni e tecnologie, noi possediamo una caratteristica che forse non sarà mai di nessuna macchina: la ragione