Unsplash? Grazie, preferisco di no.

Ho scoperto Unsplash quando ho letto tre articoli a questo proposito su Medium. Che ci fossero tre articoli in evidenza è già una notizia, credo. Unsplash è una piattaforma di immagini HD in licenza Creative Common Zero, ovvero, puoi scaricarle e farne quello che vuoi. Ho navigato il sito e anche quello di Crew, che è l’azienda genitrice del sistema. Crew si occupa di fornire professionalità creative per la produzione web.

L’intento di Crew nella realizzazione di Unsplash mi sembra chiaramente strategico: qualunque attività sul web abbisogna di contenuti, principalmnete fotografici. E guarda un po’, le foto di Unsplash hanno un forte carattere editoriale e abbondano i pattern e le testure.

Sull’onda degli articoli scritti da fotografi professionisti e non che condividono le loro fotografie, e data la qualità delle immagini presenti, anch’io ho pensato per qualche istante di pubblicarle lì. Ma non lo farò, anche se chi lo fa ha tutta la mia comprensione. Potrei astenermi dallo scrivere queste ragioni del no, ma spero sia utile ad altri dubbiosi e magari allargare la discussione (non solo ad Unsplash ma a tutto il bailamme condivisionale).

Da poco tempo ho deciso di fare della quasi professione di fotografo una vero e proprio lavoro. La fotografia è stata molti anni fa una delle mie passioni, ma è stato pane quotidiano nel mestiere che ho fatto e alla fine scattavo sempre di più. Alla fine mi sono deciso e ho passato il guado, fermamente deciso a bruciare i ponti dietro di me.

Ora faccio il fotografo. Anzi ho scoperto di essere un fotografo.

Come tutti quelli che hanno vissuto in pieno l’avvento dei social, mi sono buttato anch’io nelle condivisioni. E come la stragrande maggioranza (il 99,9 periodico %) con scarsi risultati sia in termini di notorietà che di business. Le ragioni possono essere tante, oscillando tra l’incapacità come artista e l’incapacità come influencer. Tuttavia giusto ieri Google mi fa sapere che quella decina di mie fotografie pubblicate su G Map stanno avendo un successo strepitoso: 30.000 visualizzazioni. Potete immaginare il sorriso beffardo: non è successo niente, né prima né durante né dopo. E ho pensato anche che se aprissi un profilo su Unsplash, come ho fatto su Flickr e Pinterest, le visualizzazioni sarebbero anche stratocosmiche ma del tutto inutili, così com’è avvenuto in passato. Ormai sono convinto che se anche fossero 300.000, o magari un milione, non cambierebbe nulla nella mia vita e non avrei neppure un cliente in più. Perché il meccanismo di queste robe è la carota, e io ho la sgradevole sensazione di sentire crescere pelo e orecchie d’asino. Cosa si intende per visualizzazione? 1/60 di secondo di visione? Ma fosse pure 1 secondo, non sarebbe una “visione” ma puro e semplice rumore. “Vedere un’immagine” per mezzo secondo equivale a “guardarla”? Credo di no. Solo un minimo di concentrazione e di tempo può far emergere il senso dell’immagine nel cervello. Il resto è solo confusione.

Si potrebbe fare per soddisfare l’ego. Il minuto canonico di notorietà non si nega a nessuno. Ma davvero vogliamo sobbarcarci un lavoro pazzesco, un sacco di tempo, e tutte le spese in denaro per soddisfare un’ego sollecitato dalla carota? Se la risposta è si, accomodatevi pure, comprendo, ma non fa per me e non perché sia privo di ego, ma perché è un lavoro immane senza nessuna prospettiva di feedback, né positivo né negativo. Quello che invece si ottiene in altro modo, con altri sistemi. Sistemi più vecchi, più umani.

Provate per esempio a immaginare di stampare la vostra fotografia su una dimensione piuttosto grande, diciamo un metro per settanta. La piazzate dove volete: a casa, nell’ingresso, al lavoro, la regalate ad un amico, la esponete al bar, dal tabaccaio e perfino alle poste, con il permesso del direttore. Scommettiamo che vi fate alcuni amici e qualche oppositore? Scommettiamo che vi faranno delle domande e vi dichiareranno che gli piace oppure no? E cosa c’è di migliore di una critica per capire, entrare in contatto, vivere?

Ma allora, qual’è la differenza?

L’unica che può venirmi in mente è che con l’esposizione di un’opera di quelle dimensioni abbiamo fatto un lavoro da uomini per uomini. Abbiamo speso tempo, energie e denaro per tutti gli uomini e le donne che passano di là, esseri umani che si sentiranno da noi accuditi e curati perché abbiamo pensato a loro mentre facevamo tutto il lavoro. Non milioni di visualizzazioni forse robotiche, ma occhi e menti, in carne ed ossa. Pochi. Forse pochissimi. Da cinque a cento, a trecento. Numeri così. Numeri a cui corrispondono altrettanti nomi e cognomi, senza avatar, con tante storie. Numeri piccoli, ma di grande valore.

Col web invece numeri grandi. Milioni. Miliardi. Nel tempo milioni di miliardi. Ma di che?

Boh?

La foto che ho scelto per l’articolo è una delle grandi opere di un grande fotografo, Robert Capa, in Sicilia nel 1943. La sua relazione con l’articolo è inesistente, ma se scavate a fondo in voi stessi ce la potete pure trovare: potenza dell’immagine. Provate a immaginarla stampata tre metri per due, con la grana della pellicola grossa come un polpastrello e l’americano accosciato grande quanto voi in piedi. Allora sì che parliamo di “guardare”!

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