Self.respect

Perché continuiamo a farci del male se abbiamo imparato la lezione?

Gli ultimi mesi sono stati difficili da processare. Ho chiuso dei capitoli importanti. Ne ho aperti di nuovi. Ho biforcato le strade. Preso decisioni.

E ho capito, ma ho continuato a sbagliare.

L’ho messa così ad un amico: “Sai quando sbatti la testa al muro? Ecco a me non basta sbatterla una volta, perché ogni volta spero di trovare un punto soffice del muro. Anche se se so che alla fine avrò solo sbattuto la testa contro ogni centimetro del muro.”

Ed è la consapevolezza della cosa che inizia veramente a pesarmi, come credo pesi a molti.

C’è quella cosa che ti spinge, l’ottimismo. Perché ci credi veramente nelle cose, nelle persone, in te stesso. E poi c’è il cieco ottimismo. Quello che ti fa vedere il mondo come vuoi tu, non com’è veramente. E che ti da una versione distorta di te.

Ecco, negli ultimi mesi ho vissuto di cieco ottimismo: una cosa va male? Riprova, magari sarai più fortunato. Anche se sai che non cambierà niente al secondo, al terzo, al quarto e all’ennesimo tentativo.

E ne sei cosciente. È come se razionalmente sapessi quello che sta succedendo, che ti farai male. Ma una forza, disastrosa, ti prende. Ti fa girare la testa, ti da uno schiaffo e ti dice: “Facciamolo ancora una volta”.

E ti ritrovi in avventure, posti e persone. Che puntualmente ti fanno stare “male”.

Perché siamo la generazione delle esperienze. E se non hai qualcosa da raccontare, beh, tough love: non hai vissuto.

Ma a che costo? Al costo di rimetterci la pelle. Sappiamo che una cosa ci fa male ma siamo così spinti a farla che la facciamo comunque. Come se l’autosabotaggio fosse più forte del rispetto verso se stessi, o dell’amore verso se stessi: decidete voi se volete guardare la cosa con gli occhiali dell’uomo razionale o di quello emotivo.

Mi sono ritrovato in situazioni a dir poco “grottesche”, carburate da una speranza insensata e a dir poco stupida. E parlandone in giro pare che non sia l’unico. Autosabotaggio evidente e cosciente, nascosto sotto una spruzzata di superficiale contentezza e vacua speranza.

Vivere “sottovuoto” scriveva un’autrice di romanzi italiana. Essere presenti, ma nello sfondo, mentre la vita viene vissuta da una persona che essenzialmente non è “noi”.

E arriva il momento di fare il conto con tutto. Con tutte le scelte stupide, con le esperienze del cazzo, con gli errori.

Vuol dire chiudere, sistemare, riposizionare, accettare.

Ricordare di rispettarsi da oggi in poi. Di amarsi. E di imparare la lezione una volta per tutte. Abbiamo sbattuto la testa così tante volte che sarebbe meglio fasciarsi e cercare di capire cosa ci fa stare bene, anche se vorrà dire rinunciare allo stare male che ci riesce così bene.

Ed è difficile smettere. Ma sì può e si deve fare. Anche per chi ci sta attorno.

E ci voglio provare.

So bene che sto pezzo non sia chissà che, ma è qui per un “momento-memento”. Spero sia il “momento-memento” giusto anche per voi.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.