Storie di noi: Perdono.

Quando il tempo non basta.

Ti ritrovi, così. A pensare.

Hai perso un po’ tutto, ancora una volta. Bambini, lasciati andare all’orizzonte di quella parola che tanto desiderata si è trasformata in prigione dell’anima: amore.

Ancora una volta ci abbiamo provato, ad andare avanti. Sono ricaduto nel mio solito ciclo. Ho rifatto gli stessi errori. Sto arrivando a stesse ma nuove conclusioni. Perché mi hai insegnato a guardare i piccoli passi avanti. E non ho compiuto gli stessi errori. L’ho fatto meglio. Sbagliando.

La paura di sbagliare però non mi accompagna più da un po’. A volte falliamo. Ed è forse la cosa più liberatoria di sempre.

E allora perché non fallire? Lasciamoci andare. Lasciati andare.

Non capisco perché, perché non farlo. Piangere. Soffrire. È successo. Perdonarsi è la chiave. Perdoniamoci tutti.

Ci sto pensando tanto di recente al “perdono”. Sarà perché mi ha sempre colpito in quelle sere di messa da bambino. Distratto dalle mastodontiche proporzioni di quell’edificio — come se ad edifici più grandi ci fosse perdono più grande — l’unico tema che riusciva a connettermi al desiderio di catarsi nel volto del Cristo era proprio lui: il Perdono.

Non è stato facile capire il perché di quell’attenzione. Solo negli ultimi anni, con le porte aperte dell’accettazione, ho iniziato a capire che si trattava anche di perdono. Mi è stato chiaro in amore. Mi è stato sempre così chiaro.

Non è stato facile, crescere. Crescere con le difficoltà che sin dai primi anni d’età ho incontrato in quel nucleo sociale casuale che chiamiamo famiglia.

Il peso, il desiderio, il dovere.

Il dovere di non creare alcun peso.

Il desiderio di non farlo percepire come dovere.

Il peso di portare avanti un desiderio che non nasce da te.

Mi guardo indietro sulle note di Arabesque di Debussy. È partito tutto dalle magiche note della nostra serie tv. Mi rendo conto di quanto e quanto ancora ci sarà da lavorare sul mio perdono, perché è arrivato il tempo di metterlo in pratica con me stesso. Di liberarmi dal magnifico peso dell’empatia, per diventare prima supereroe di me stesso. E dopo per noi, quel noi che però adesso si sta allargando, che mi sta portando in luoghi nuovi e sconfinati, in un viaggio interiore che solo la forza data dal cammino può dare. Il pellegrino va avanti non per l’obiettivo, ma per i passi che ha già compiuto e per la ricerca di un “qualcosa”.

Il viaggio è dentro, i passi cercano le orme degli altri noi perché abbiamo già capito che la sofferenza è comune. È nostra.

Cerchiamo un “sense of purpose” più alto. Lo cerchiamo in noi. Combattiamo con i demoni del nostro passato ad ogni passo. E ogni passo è lo slancio per il passo successivo. Questo è il carburante; ed è molto distante dall’essere un obiettivo.

Ma senza onestà, senza aver compreso che tipo di percorso vogliamo fare, senza aver cercato di impostare una direzione alla ricerca, continueremo a girovagare. Persi nelle bolle dell’anima, nere, bianche, colorate.

Destinate a scoppiare.

Possiamo perdonarci, possiamo salvarci. Possiamo perché siamo umani. Perché tra le mille parole vuote, spese in quei luoghi dove forse anche voi come me andavate da bambino — per obbligo e non volontà — forse il perdono un senso ce l’ha. Il perdono è pieno.

È nostro.

Bene, per me, per voi, per te.

C’è sempre spazio per perdonare. Tenerlo a mente è faticoso. Sbagliamo e sbaglieremo. Possiamo perdonarci proprio partendo da questo.

Anto


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