La mia storia con internet è una storia d’amore.

A volte penso che chi ha dedicato le prime 5 righe del proprio libro all’irrilevanza dei “nostalgici dei bei tempi andati, su internet” non abbia grandi titoli per raccontare “la propria storia con internet”. Poi però, ripensandoci, la mia storia con internet è cominciata molto prima che qualcuno la inventasse. Perché io la Rete l’ho sempre immaginata e desiderata, fin da piccolo. Anche se né i libri, né i film di fantascienza ne facevano menzione, preferendo concentrarsi su cose mai realizzate come la telepatia, i velivoli personali di massa, la possibilità di viaggiare rapidamente ai limiti della galassia.

Ma non esistendo, appunto, ero costretto ad accontentarmi di quello che c’era. A 8 anni, per esempio, insoddisfatto dalle poche cose che si potevano ascoltare alla radio, comprai coi soldi del salvadanaio una radio a onde corte: sentire qualcosa di diverso dalla radio italiana valeva bene la sopportazione dei disturbi e delle intermittenze delle fasce di Van Halen. A 11 anni, mi procurai venti metri di cavo coassiale e installai un amplificatore di segnale per guardare le poche televisioni estere che si ricevono in Italia.

A 14 anni, passai la mia prima settimana negli Stati Uniti a fare zapping tra i 30 (trenta!) canali via cavo, senza mai uscire di casa. Eppure là fuori, nella Washington della guerra fredda, c’era il set di “The Americans”, ma io non potevo saperlo.

“The Americans” (Netflix/HBO)

A 16 anni, ero ormai chiaramente un media-psicopatico in erba. Tornato in Italia iniziai a costruire con mezzi di fortuna una parabola traforata, di oltre due metri di diametro, per ricevere i primi feed satellitari di servizio , e non avendo i soldi per permettermi il motorino di orientamento, acquistai un impermeabile da tenere fisso sulla porta finestra del terrazzo, che indossavo sopra il pigiama, se necessario, per spostarla a mano anche con temperature sottozero.

Capite bene che poco dopo, quando si cominciò a parlare di “modem” e di “reti tra computer” tutta questa smania di ricevere cose bizzarre da tutto il mondo passò in secondo piano, rispetto alla prospettiva di una rete a due vie, dove avrei potuto anche trasmettere, condividere, pubblicare.

Fu in quei magici giorni, armato di un Commodore 64 e di un modem realmente antidiluviano, che mi resi conto di una prima, fondamentale lezione: questa nuova tecnologia non avrebbe avuto nulla a che vedere con la logica.

Infatti, quando dopo molte notti insonni trovai la configurazione funzionante per il primo collegamento a una rete amatoriale americana, riuscendo felicemente a scambiare dati con perfetti sconosciuti, andai a dormire stanchissimo e sereno, convinto del fatto che se avessi riprovato il collegamento con la stessa configurazione il giorno dopo tutto avrebbe funzionato di nuovo. Mi sbagliavo.

Passai altre settimane, provando altre complicatissime configurazioni, prima di tornare ad avere non più delle “certezze”, ma una serie probabilistica di best efforts che mi davano la ragionevole speranza di riuscire a collegarmi con qualcuno. E per quanto oggi internet dia ben altre garanzie di affidabilità, questa idea della besteffortness non mi ha mai più abbandonato, proprio come filosofia. E’ una lezione di internet che vale anche per la vita: tutto può sempre rompersi o interrompersi, tutto può andare improvvisamente male, e la cosa sorprendente è che può accadere senza alcun motivo logico. Per questo, la soluzione stessa ha persino più chance di successo se è in grado di sfidarla, la logica, prendendo in contropiede il problema, e magari sorprendendolo su un piano che semplicemente nessuno ha ancora avuto il tempo di calcolare. L’importante è averci provato, averlo sperimentato, o empiricamente aver osservato qualcun altro mentre ci prova.

Per questo, prima di poter parlare della Rete, l’ho usata. Molto. Ho parlato dei blog solo dopo aver fatto i blog. Ho parlato dei podcast solo dopo aver fatto, molti, podcast. E così anche con la radio in streaming, con i barcamp convocati sul web, con il citizen journalism, ecc. non si guadagna alcun titolo professionale, no. Semplicemente si impara dagli errori qualcosa che è comunque il pezzo di qualcosa di più grande. Al massimo, ci si confronta con gli altri, e si ricomincia da capo con il best effort, e cioè con il migliore dei propri sforzi, che poi è anche il modo migliore per non avere rimpianti.

“You can try the best you can, the best you can is good enough.”

Nel frattempo anche il mio lavoro nei media che — credetemi — è partito molto, ma molto analogico, ha finito per risentire di tutte queste parallele sperimentazioni nel tempo libero. Con gli anni sono sempre più passato, in ufficio, come “quello che fa le cose con internet”. Il che era quasi sempre fonte di oneri, più che di onori. Una volta, nella vecchia redazione del Sole 24 Ore di Via Lomazzo con cui collaboravo, mi azzardai ad impaginare a video e a mandare direttamente in tipografia un pezzo che avevo scritto, usando un nuovo e misterioso applicativo installato sulle workstation di videoscrittura. Fui convocato dal direttore per una lavata di capo: “Piantala, così mi fai incazzare i sindacati”.

E così mi resi anche presto conto di quest’altra cosa, la disintermediazione, che più di ogni altra avrebbe scatenato eserciti di comparti industriali e categorie professionali pronte a dichiarare guerra al nuovo, a prescindere dalla forma che avrebbe preso. Un giorno, a uno dei soliti “eventi”, mi diedero (si capisce dalla faccia) un bel prosecco prima di farmi dire quello che ne pensavo in proposito senza troppi giri di parole.

“In prosecco veritas”

La più chiara di queste guerre al nuovo, dal mio punto di vista, dato che anche per lavoro continuavo a occuparmi di media, fu la guerra dei giornalisti a internet. E’ quella guerra che più o meno ogni anno va in scena al Festival di Perugia, e che ogni anno mi fa ripetere, come un mantra: “ragazzi, se davvero aveste continuato a fare il vostro lavoro, oggi non avreste nulla da temere. anzi, internet sarebbe il vostro migliore alleato”.

Ma poi lo sapete, tutta questa faccenda costava troppo. “Chi se la sente di aggiornarsi su una cosa così controintuitiva come un posto dove anche gli altri possono pubblicare? E poi francamente chi ce lo fa fare, a pochi anni dalla pensione? Lasciamo il problema ai nostri figli, tanto loro con internet ci sono nati.”

Ed è proprio per questo che ancora oggi, in questo squinternato e analogicissimo 2018, l’Italia è piena di gente che “OK, anche oggi ci disintermediano domani”. Quando si dice che il tempo è galantuomo.

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