Parole Ostili, a che punto siamo

Antonio Pavolini
May 9 · 4 min read
Piazza dell’Unità d’Italia, Trieste (Foto di Leandro Neumann Ciuffo)

Dopo aver saltato la seconda edizione, il prossimo 31 Maggio tornerò a Trieste per il terzo incontro annuale di Parole Ostili, forse il più importante progetto di sensibilizzazione contro l’hate speech attivo nel nostro Paese, che è uno dei più colpiti dal fenomeno del discorso d’odio nel dibattito pubblico.

Qualcuno ricorderà le mie iniziali perplessità su questa iniziativa. Dubbi non tanto nel merito della battaglia, quanto piuttosto sul metodo. Quello che speravo essere uno sforzo tra esperti di varie discipline al lavoro su un documento programmatico comune (così intendo il “manifesto”: qualcosa di simile alle mozioni di un congresso) si è rivelato poco più che mettere la firma su un leaflet rivolto alle scuole e ad altri ambiti sociali. Idea meritoria, ma più tendente ad occupare il campo “comunicativo” e appropriarsi relazionalmente del tema che mirante a un suo studio approfondito, per provare ad avvicinarsi a una soluzione sul campo.

Nonostante queste divergenze, decisi comunque di partecipare alla prima edizione, sia con l’intento di seminare qualche dubbio tra le troppe certezze dell’epoca, sia per aver chiara la fotografia delle posizioni dominanti in materia. Del resto, era proprio questo uno dei temi chiave di Oltre il Rumore, il mio libro che stava uscendo in quel periodo.

Parole Ostili, da quella prima edizione, è indubbiamente cresciuto. Probabilmente la tattica di allargare il campo usando il “manifesto” come apripista in un discorso pubblico estremamente immaturo in materia, era quella giusta. E magari il mio approccio troppo accademico e velleitario.

Adesso, guardando la presentazione dell’incontro del 2019, sembra esserci anche uno scatto qualitativo. Intanto il titolo di questa edizione: “Virtuale è reale” non è solo uno dei punti del decalogo, ma il vero chiavistello per sbloccare il dibattito da banale esercizio tecnodistopico a approfondimento sociale e comportamentale. Non si parla più, in automatico, di “odio online”, perché appare finalmente chiaro (con buona pace di Mentana e dei suoi seguaci) che non è la Rete la causa dell’odio. Semmai la Rete, lo diciamo per l’ultima volta, va ringraziata per averci rivelato la portata quantitativa e le caratteristiche qualitative, e a volte persino le ragioni profonde dell’odio, delle paure, dell’ignoranza e delle mille arretratezze e inadeguatezze che rendono così fragile la società contemporanea. Ci ha raccontato, per esempio, che non viviamo in un paese squarciato da “un femminicidio ogni tanto”, ma — grazie anche alle rivelazioni spesso anonime delle donne — che cosa succede in quelle case (in una casa su due, dice l’ISTAT) in cui normalmente viene esercitata una violenza fisica, psicologica, economica a danno delle donne.

Una casa su due. Un padre di famiglia che incontriamo per strada ogni due. Quasi una donna adulta su tre, quindi, è normalmente vittima non di una violenza qualsiasi, ma di una violenza domestica, sedimentata culturalmente, direi quasi una violenza “residente”, protetta dal silenzio delle mura domestiche. Su questa e altre violenze (come quelle ai danni dei minori, o sugli omosessuali, o il bullismo, o altre) internet ha rappresentato un racconto alternativo, spesso anonimo, disintermediato, che ha fatto emergere la dimensione e la “qualità” dei problemi.

Per decenni i media si sono limitati a utilizzare, selettivamente, le evidenze della cronaca di questi abusi come “notizie” per far funzionare la loro industria. Ma nel momento in cui, in rete, il racconto della violenza ha iniziato ad acquistare una nuova dimensione (parlavano direttamente le vittime, ma sempre più spesso, attraverso i riflessi condizionati delle parole d’odio, era facile individuare quantomeno i potenziali carnefici) non fu difficile per giornali, radio e TV, come fu facilmente riscontrabile in certi toni della plenaria della prima edizione dell’evento triestino, dare implicitamente o esplicitamente “la colpa a internet”.

Una risposta comoda, ma soprattutto autoassolutoria. Perché nel dibattito pubblico, e quindi anche sui media, le premesse del discorso d’odio sono state per decenni quelle che hanno fatto funzionare l’industria dei media. E questo, si badi bene, non per l’irresponsabilità delle scelte, ma per un bieco istinto di sopravvivenza. Nel momento in cui l’intero sistema dell’informazione si è reso conto che le notizie non bastavano più per la propria sostenibilità economica, ci è voluto un attimo perchè tutto diventasse infotainment, talkabout, docu-fiction, reality show. E in questo contesto, è stato pressoché automatico che le inevitabili premesse, e cioè le leve identitarie che travalicano la dialettica sul merito in qualsiasi dibattito, le premesse della contrapposizione e quindi dell’odio diventassero il petrolio stesso dell’industria dei media.

Ma dato che scriverlo in una frase non è così intuitivo, ho provato a schematizzarlo qui, anche per chiarire che la generazione dei media successivi (le grandi piattaforme di social networking) lungi dal liberarci dal problema, lo ha invece moltiplicato.

Come appare evidente, non sono dunque “la rete”, o “la tecnologia” o “i big data” ad abilitare il corto circuito dell’hate speech. Fermo restando che l’odio esiste a prescindere, ciò che lo ha trasformato in “motore” nella vecchia, e poi nuova industria dei media è stato un altro vincolo, un vincolo privato, e cioè il vincolo di un modello di business incapace di innovare alcunché. Incapace, soprattutto, di creare valore dal nuovo senso liberato dalla nuova dimensione dei contenuti: la relazionalità, e quindi un senso nuovo, individuale e collettivo, ma per la prima volta non eterodiretto, da attribuire ai contenuti (come accade coi MEME, non a caso vittime dell’ultimo attacco dell’industria dei contenuti stessi).

Di questo, mi piacerebbe parlare nei tavoli di lavoro della prima giornata. Nella seconda, parlerò di “senso” collettivo e individuale nel gaming, in compagnia di persone molto più sensate e preparate di me.

Ci vediamo a Trieste :)

Antonio Pavolini

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every house is someone else’s Starbucks.