Perché produrre contenuti, quando puoi distinguerti parlando male dei contenuti degli altri?

Da qualche tempo compio un sano esercizio, con una certa regolarità. Avete presente quando su un social network arriva qualcuno che commenta negativamente un contenuto strutturato di qualcun altro? Quando, in particolare, il commentatore non vi pare un nome nuovo, e anzi ripensandoci ve lo siete quasi sempre ritrovato in circostanze simili, quasi avesse industrializzato il processo della critica, che appare straordinariamente efficiente rispetto allo sforzo creativo di chi scrive qualcosa che ha richiesto un minimo di elaborazione o di progettualità?

Per “elaborazione o progettualità”, chiariamolo, intendo un post su un blog, o una lettura di almeno 3 minuti qui su Medium, o un video minimamente pensato o post prodotto, o magari un ragionamento appena articolato su Periscope. Oppure magari qualcuno che ha organizzato un workshop, o ha raccontato e argomentato qualcosa nel corso di un dibattito pubblico, ha preparato una newsletter, insomma qualcuno che ci ha messo il cuore e la testa, pensando così di dare un contributo che ovviamente può essere criticato, al netto però di questa sensazione di sistematica unidirezionalità.

Ecco, quando arriva lo “spalatore seriale” di turno, che non è propriamente un troll, perché ambirebbe a un ruolo riconosciuto, ma che non aggiunge mai nulla di suo, e tende solo a togliere agli altri (persino qui sul Web dove di certo non ci sono lotte per conquistare spazi) l’esercizio che faccio è andare a guardare nella “casa”, o nelle “case” del commentatore. E quasi sempre — dico quasi, non proprio sempre — in quelle case scopro il più desolante dei deserti creativi: il Grande Lago Salato dell’originalità, delle argomentazioni, il vuoto pneumatico della capacità di stupire, sorprendere, persino provocare. Proprio come il lago prosciugato dello Utah, con le crepe e le balle di fieno e tutto il testo. Il nulla eterno leopardiano, ma meno romantico.

Ora, io non sono uno psicologo, ma la ricorsività del fenomeno non può non avere una rilevanza scientifica. Chi perde tempo quasi solo per criticare gli altri, magari con una frasetta tranchant di cinque righe, non può che aver fatto i suoi calcoli. Industrializzando il processo, evidentemente costa meno sforzo considerata la somma delle microrendite che si intendono ottenere. Piuttosto che entrare in competizione sui contenuti articolati, è più facile distinguersi “per differenza” riducendo tutto a una bega di frasette velatamente aggressive. Vuoi mettere quanto è più faticoso l’investimento emotivo e razionale di chi, davanti a una pagina vuota, dice “ecco, qui vorrei aggiungere qualcosa, che viene da me”: possono essere fredde argomentazioni su qualche tema controverso, ma anche questioni molto più intime, che si portano dietro il nostro vissuto, senza magari ambizioni scientifiche, ma che comunque aggiungono senso agli altri, anche solo per il fatto di esporsi con qualcosa che rivela un pezzo di noi.

E a ben vedere forse è proprio quest’ultimo il caso più assurdo. Quando racconti qualcosa di molto personale, e il commento magari tende a distruggere un inciso di quattro parole dal quale per sbaglio si evince, che so, che sei favorevole alla fecondazione eterologa.

Ecco, io stavolta proverei ad andare oltre il classico “la gente sta male”, oppure il sempiterno “devono aver subito qualche trauma da piccoli”, perché alla fine anche queste formule sono una sconfitta, significa ridurre di nuovo tutto a un aforisma e scendere sullo stesso livello. Preferisco consolarmi sapendo che nella stessa rete posso trovare persone come Enrica, che non si preoccupano certo del rischio di aiutare la concorrenza, scrivendo tutto quello che hanno imparato su come vendere meglio un corso professionale. Perché in rete o si cresce tutti insieme, o non si cresce affatto. E anche perché il detrattore professionista potrà agitarsi quanto vuole, nel provare a sembrare “segnale”, ma per la maggior parte delle persone rimarrà sempre e solo un trascurabile rumore di fondo.

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