Vento Freddo #12

Storia di una discesa nell’underground

“Discorso Silenzioso”, Costanza Piccini

Lo sguardo ostinatamente verso il basso, mentre tra i denti esclamo con una punta d’astio: “Sono arrabbiata con te”. Le pupille imprigionate in due quasi invisibili fessure dalle quali si percepisce un’ostile intenzione.

Lui aspira una boccata della sua sigaretta e mantenendo la sua posizione volutamente di fianco a me, osserva la strada. Lentamente si sposta e dopo un momento replica: “Anche io”.

In modo totalmente ossimorico, una delle mie peculiarità caratteriali è sempre stata quella di non avere un freno alla parlantina: il dialogo, l’arma essenziale per la pace nel mondo, è quella che a livello teorico, so destreggiare meglio. Certo, se si tratta di vendere le singole caramelle trovate nella calza della befana o la mia compagna di banco per ipotetici favori sessuali, sono sempre stata fortissima, ma nel momento in cui devo servirmi di questa abilità per rimanere disarmata e inerme, allora è una partita persa in partenza.

Io ho parlato tardissimo. Ero uno di quei bambini che a 8 mesi già correva, mentre con la parola, neanche lontanamente davo la vaga impressione di volermi esprimere. Tutto ciò che usciva dalle mie labbra era: “Una”, il nome della mia prima canina e mille bolle di saliva.

Questa la mia concessione. Per due anni interi. Una, bolle e un presuntuoso indice che puntava ciò che avrei voluto e che mia mamma prontamente mi faceva avere. Per quale motivo avrei dovuto affaticarmi nel descrivere con la voce ciò che quella cara signora dagli occhi verdi riusciva a darmi senza sforzo? Assolutamente nessuno.

Quando mia mamma preoccupata si recò dalla pediatra, lei le consigliò di non assecondarmi: “Faccia finta di non capire quello che vuole, vedrà che inizierà a parlare e a quel punto… sarà difficile farla stare zitta”.

Non una pediatra, un oracolo.

E così è stato.

Quindi a quel punto, non solo il mio senso del dovere mi portava a disubbidire coscienziosamente agli ordini della mia genitrice per impegni inderogabili, ma all’età di 5 anni, quest’ultima mi ritrovava nelle cucine dei ristoranti a raccontare incredibili poemi al lavapiatti, mentre lo aiutavo ad asciugare le stoviglie.

Tutt’ora mia madre ha difficoltà a non distrarsi quando attacco un discorso. Troppo giovane per essere narcolettica, perciò presumo sia il mio essere fieramente prolissa che crei quell’effetto.

Decidiamo di affrontarci: abbassare gli scudi, rinfoderare la spada ed impugnare l’ascia.

“Ti ricordi 6 mesi fa, in quel locale, quella sera? A me non è andata bene e allora mi sono vendicata. Non avevo fatto niente fino a quel momento”.

Accenna un sorriso amaro “Il carcerato dichiara la sua innocenza anche quando si ritrova dietro le sbarre: come faccio a sapere la verità?”, improvvisamente O si affaccia alla porta, annunciando che le pizze si sarebbero raffreddate. Lui getta la sigaretta a terra, mi scruta e rientriamo.

Il vento freddo di novembre ci insegue e la porta si richiude alle nostre spalle.

La cena si esaurisce, il lavoro che dovevo fare diventa superfluo, il telefono abbandonato.

Il rapper e la band si esibiscono, noi fianco a fianco abbattiamo quelle mura che avevamo accuratamente edificato e lentamente lasciamo che l’alcol sia la nostra musa.

Il suo odore si insinua nelle mie narici, il suo sorriso risponde al mio “Perché ti sei messa con lui?”, lo guardo esterrefatta “Perché non me l’hai detto?”. Un ragazzo sconosciuto, seduto accanto a noi ci osserva compiaciuto dal basso. Lo fulmino, ma il suo sorrisetto persiste.

Mi allontano, si allontana: tanto a casa mi accompagnerà di nuovo lui.

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