Vento Freddo #18
Storia di una discesa nell’underground

Silenzio.
Un telefono muto, una conferenza della mente.
Le nuvole ormai da giorni inghiottono i raggi e dimentico le carezze del sole.
Cammino e i graffi del vento mi fanno contrarre i muscoli del viso, la strada monotona, la via da casa all’ufficio e l’entusiasmo che si perde di passo in passo.
Le cuffie ripetono i pezzi che solo io posso capire, che solo io posso sentire con la sua voce che solo in quel modo posso continuare ad ascoltare.
Skippo un brano: parla di un incontro, di un bar, un caffè, di un’evanescenza… Elementi familiari che rivendico miei e non sopporto pensarli attribuiti a qualcun’altra.
“Stamo a veni’ su”.
Il giorno prima di Pasqua: una rinascita.
Raggiungo il CPA, prima dell’orario indicato.
Sento il boom bap: stanno facendo il soundcheck.
Esce DC a telefono: discute.
Il tempo trascorre inesorabile come una falce su delle spighe — che siano mature o no — e seguendo quel ritmo cadenzato e inarrestabile, cresce la paura che le cose cambino, nonostante il brivido della dinamicità.
Vedo DC che cammina compulsivo in una direzione utopica che cambia ogni tre parole pronunciate; porchiddii amalgamano la discussione: la certezza che non è mutato niente.
Dalle scale scende a passo sicuro verso di me una barba scura e un cranio lucido: una barba invidiabile.
Abbracci che concretizzano l’astrattezza del loro viaggio e mi confermano che quel pezzetto di Roma è nella mia città.
Si avvicina un grembiule che molto tempo fa era bianco. L’energumeno si avvicina stropicciandosi le mani unte e ostentando un tono simpatico, mi squadra e scrutandomi sospettoso mi chiede scorbuticamente se deve aggiungere un posto alla cena: manca poco. Spalanco gli occhi verso L e intraprendo un lunghissimo discorso riassunto in un unico sguardo terrorizzato. L si fida.
“Purtroppo amici ci aspettano per cena. Eh lo so, è una vita amara”.
L’osteria in piazza Gavinana è il consueto luogo di rifugio per sfuggire a cucine opinabili pre live.
Un posto accogliente, solo cibo tipico, accuratamente presentato, quello che puoi trovare anche dal lampredottaro, ma meno grezzo.
“Ma nel posto delle macchine?”
“Sì, oggi il nonno ha prenotato lì, ci sono anche gli zii”.
Il viaggio in auto era interminabile, ma doveva sicuramente essere una ricorrenza o una festività o semplicemente domenica: in quel posto ci andavamo solo per pranzi speciali e ci ritrovavamo tutti lì.
Non c’era mai nessuno: il salone enorme con le pareti in legno chiaro rifletteva opaco la luce gialla delle lampade e tra i tavoli scintillavano le macchine d’epoca.
Colorate, intoccabili, lucidissime.
Al nonno piaceva quel posto; uno dei pochi.
Se dovevamo uscire fuori a mangiare, doveva essere un ristorante precedentemente approvato perché “Nelle bettole ti avvelenano”.
L’incubo di mia nonna.
Purtroppo non solo nelle bettole o nei locali a cinque stelle, ma il sospetto s’insinuava anche tra le mura casalinghe.
“Titti, tieni”, allungando la forchetta con il pesce appena tolto dai fornelli, mio nonno imboccava la gatta grigia. Una persiana con un’aria di supponenza insopportabile. Non ci siamo mai piaciute.
Le sopracciglia inarcate verso il basso, indice di silente disperazione, erano il primo segno che avrebbe portato al secondo passaggio del processo del pasto: “Z, non lo mangi?” e mio nonno alzando lo sguardo, ripiegato verso il basso la guardava cercando di sfuggire alla fredda saetta dell’iride ghiaccio: “Non è buono. Mi vuoi avvelenare”.
Spostando il cibo nel piatto, sparpagliandolo dimostrava visivamente la propria teoria, poi allontava la pietanza e mangiava una frutta.
Routine.
“Buono sto lampredotto”
“Io ne prendo un altro. Vuoi?”
Smorfia di moderato disgusto, pensando alla salsa verde “No, no. Assaggio il tuo”.
Lui mi porse il panino e ne presi un morso. “Mmm…”
Sguardo di disapprovazione.
3 di notte.
Dopo qualsiasi serata al Viper era quasi rito fermarsi dal paninaro sulla strada del ritorno.
“Ma tu sei C?! Ero al concerto! Bella”
Si presentò “Anche tu romana?”
Non riuscii a rispondere, che già C mi anticipò “Per fortuna, no! L’accento romano su una ragazza è proprio coatto. Mi piace un sacco il fiorentino”. Mentre parlava, Lui mi cinse la vita e mi strattonò verso di sé, facendomi sedere sulle sue ginocchia. Mi teneva stretta, il suo viso accanto al mio, la mano intorno al ventre, l’altra sulla coscia, lo sguardo nella stessa direzione: sembrava fossi sua.
Ogni notte sembrava fossi sua.
Corro alla stazione: nessuno dovrebbe passare una festività in una stazione, aspettando un treno, senza un regalo.
“Tieni: questo è per te e questo è per te. Siete famiglia”.
Una tavoletta di cioccolato al whiskey e degli ovetti Lindt.
Che Pasqua è senza uova?
“Hai comprato la pastiera? Sei proprio la mia mamma”.
Un tavolo tondo, tre piatti.
I miei occhi ghiaccio, i miei occhi verdi: la mia famiglia.
“Ding ding” ed ecco di nuovo la voce trascritta che richiama il mio animo sopito: non c’è più bisogno di ascoltare la sua musica.
Home Top Artwork: Costanza Piccini