Vento Freddo #2

Storia di una discesa nell’underground

“Dipendenze”, Costanza Piccini

Gennaio.

Tira un vento freddo, di innumerevoli.

Una banchina, di innumerevoli.

Un treno, di innumerevoli che avrei preso e che avrei visto partire.

Il sole celato in un pomeriggio statico, mentre aspetto il fischio del capotreno, che da quella periferia mi avrebbe riportato nel centro della città che mi ha sempre coccolato.

Incerta di fronte allo scalino del vagone attendo.

Più sensazioni cercano di proteggermi dal clima rigido, che cerca di penetrarmi le ossa, mentre invece rabbrividisco ancora di più.

Non so se sia il freddo, l’emozione, l’aspettativa temuta.

Qualche parola e un abbraccio, reso lontano da giacconi ingombranti, che distanziano la pelle, che respingono il contatto. A nel suo Carhartt nero mi stringe. Il fischio che segna la partenza, un labbro tremolante, timido, incespicante; le pupille scure che si fondono con un’iride, che trasmette l’incertezza di una profondità vuota.

A si avvicina, lento e insicuro, preoccupato come se stesse per sfiorare qualcosa di delicato, che al suo tocco avrebbe perso ogni singolo petalo. Lo guardo negli occhi, un brivido mi scuote: ancora non so se è il freddo o l’emozione.

Un altro fischio, sento il fruscìo di quelle foglie che erano state scosse la prima volta che l’avevo incontrato: nel suo pallore cupo, A sconfigge il tremito e appoggia le sue labbra sulle mie.

Si apre in un sorriso che rischiara le sue ombre e io, per un momento mi percepisco piccola e fragile nei miei venti anni. In un attimo sfido il buio del suo sguardo e sorrido, riempiendomi i polmoni del gelo e del suo odore. Il treno sta partendo. Mi giro in fretta e salgo.

Un altro giorno, un altro sole, un altro treno.

Guardo scorrere i graffiti delle stazioni e A mi racconta di quel sottobosco, che io avevo scorto e mai calpestato.

L’ElettroPiù, i viaggi, il nome da writer, l’adolescenza da rapper, la droga.

Un vissuto raccontato, mentre i finestrini del treno scorrono mura e colori.

A disegna se stesso tramite storie tetre, dove la luce è un miraggio lontano, un cielo oscurato da nubi perenni e le sue parole sono specchio perfetto dei suoi ritratti sporchi di grafite e supporti casuali.

È un’immersione in cui non prendo respiro e scendo.

“Noktua”, incisione

Scopro scorci nelle viuzze del centro, che avevo solo visto illuminate dalla luce del giorno, quando da piccola mia nonna mi portava al mercato e nel tornare a casa prendevamo le scorciatoie che sbucavano nell’enormità di piazza Pitti, con i raggi che invadevano il viso e il fiume che mi aspettava poco più là per accompagnarmi al portone.

Adesso vedo angoli di una città che mi era sempre stata nascosta.

Vicoli abitati da facce senza volto, e ogni ruga che osservo, studio quanto sia profonda e comincio a domandare, a chiedere perché.

“Quando ero ragazza, avevo quattro, cinque palazzi, poi ho provato la roba e adesso sono qui” si confida l’anziana signora con quei due cani, estensione delle sue membra.

“Sai, una volta sono entrato in quella casa e Lei era nel mezzo al salotto con altre tre persone. Era tutta sporca di sangue e si conficcava ripetutamente con violenza la siringa nel braccio, perché non riusciva a trovare la vena. Urlava e sgorgava sangue”, mi racconta A poco dopo essere usciti da quel sottoscala, che Lei chiamava casa.

Camminiamo. La via ancora lugubre. Voglio sfidare il buio e continuo a camminare.

Ad un certo punto un vortice, delle foglie mi annebbiano la vista, il vento mi si infila sotto i vestiti e mi accarezza le gambe, il ventre, il collo; scompiglia i capelli, chiudo gli occhi.

Un soffio mi si infila in gola e il nero pervade le viscere: il buio s’insidia dentro me.

Squilla il telefono, lo lascio suonare. Suona il campanello, lo lascio insistere.

Apro la porta. L’unica luce della stradina residenziale rischiara uno scalino e poco altro intorno ad esso: A è seduto, incappucciato, ricurvo, come quando l’ho conosciuto.

“Perché non rispondi?”.

Qualche fiato, un bacio, un pacchetto di sigarette sbattuto a terra e calpestato, come il mio cuore, oppure il suo.

Buio, foglie che roteano sostenute da un vento freddo.

Una civetta grida e il suo richiamo riecheggia insieme ai passi silenziosi che si perdono nell’oscurità.

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