Vento Freddo #4
Storia di una discesa nell’underground

Invasa da scatole, ancora una volta mi sveglio in una camera che non ricordo sia mia.
Il tempo di sistemare tutti i libri e predisporre un comodino vero (non un catasto di piccoli pacchi) ed è già tempo di cambiare.
La sensazione di non avere mai un passato, delle radici, un ancora: i moderni marinai di terra.
È domenica e il paesino collinare, terrazza di una Firenze umida e spesso nuvolosa, ha la peculiarità di avere sempre il vento che soffia forte, fino a deviare il cammino.
Frustrante.
Se avessi una vela, arriverei probabilmente in Thailandia senza muovere un remo.
Ma non ci sono barche e non ci sono alberi maestri; solo la mia casa ha la pianta che può ricordare una prua di una nave.
Il punto più esterno ha un balcone con un largo cornicione sul quale mi arrampico e osservo la strada, le persone che camminano ignare e la via che scende scivolosa.
Squilla il telefono troppo presto.
Numero antico, la voce che tira il presente indietro verso emozioni dimenticate.
“Ciao, che fai? Io sono sotto casa tua, mi apri?”.
Ancora? Un’altra volta come quando avevo 18 anni e ci siamo conosciuti.
Avevo due cani: uno stupido alano argento e una zia bianca che del dogo argentino aveva solo l’aspetto. Ogni giorno facevamo lunghe passeggiate e al tempo Campo di Marte era la nostra zona, non sapevamo per quanto, ma abbastanza per avere il tempo di esplorare ogni stradina sconosciuta che avrebbe portato a scenari sicuramente inusuali.
Mi fermò in una delle nostre riflessive camminate e mi chiese la razza, il nome, poi il mio.
“Io sono nato il 12 gennaio!”
“Pensa: io il 13”
Stesso anno, mezz’ora di differenza.
K s’incurvò su di me e guardandomi con brillanti lapislazzuli incastonati in un fine disegno a china, mi chiese: “Ti lascio il mio numero? Ti faccio da dog-sitter”.
“Eh, guarda ho lasciato il telefono a casa”.
A volte ci dovrebbe essere la mano che non usi abitualmente, che in totale autonomia lascia partire schiaffi fortissimi per ricordarti che è necessario contare fino a dieci prima di parlare: ho sempre fallito in questa facile considerazione.
“Va be’, allora dammi il tuo”.
Si allontanò coi suoi pantaloni larghi (simili ai miei), il cappuccio (lo stesso che indossavo io) e l’andatura lenta.
La prima volta che decidemmo di uscire (senza cani), proposi un concerto a teatro e i rasta biondi di K fornirono un’immagine contrastante accostati all’elegante camicia nera e il jeans regolare.

Da quel giorno il campanello di casa suonava agli orari più vari, quando K tornava da Bologna o da altri posti in cui aveva cominciato a fare feste.
Birre itineranti, serate a confidarsi vite su delle panchine, indecisi tag sui muri del circondario.
Un sussulto ad ogni squillo del telefono, una speranza ogni giorno che mi alzavo dal letto e una torsione di stomaco ogni sorpresa improvvisa in cui trovavo K ad aspettarmi fuori da un cinema.
Il tempo talvolta sembra si cristallizzi e si ripresenti nuovo e antico in diversa forma con una stessa vibrazione, con il medesimo odore.
Al suo fianco, parlando di prima mattina di tekno e frenchcore, K con gli stessi occhi marini di quando ci siamo conosciuti, mi racconta del rave al quale ha partecipato la notte prima:
“Ad un certo punto mi sentivo totalmente rallentato e i piedi pesantissimi, come se le scarpe mi si fossero cementate nel fango. È stata la prima volta che ho preso la ketch. Sai, c’era tipo mercatino della droga”.
Frastornata dal sonno, seguo attentamente l’esperienza come se fosse mia.
Prendiamo un caffè, poi mi abbraccia, mi bacia e se ne va.
Una zaffata di vento, che annuncia la primavera e riporta il dolce profumo del primo puro platonico amore.
Home Top Artwork: Costanza Piccini