Quanto amo l’universo!

Eccola lì, la teoria del caos sparsa sul pavimento della cucina: chiare e tuorli d’uovo frammisti a pezzi di guscio distribuiti su uno sfondo di piastrelle a scacchi. Sembra tutto casuale, ma io inizio a vederci sempre più chiaramente uno schema di traiettorie e interazioni fisiche.

Tutto è iniziato questo pomeriggio, ma non saprei dire quanto tempo sia realmente passato da allora: ho perso il conto dei cicli molto tempo fa e ogni ciclo è più breve di quello che lo precede. Ogni volta torno a casa dal supermercato, percorrendo il viale che conduce verso casa. Durante il tragitto incontro un paio di vicini e li saluto, come sempre. Raggiunta la mia abitazione, entro in cucina e appoggio la borsa della spesa sul bancone. Prendo il sacchetto di carta che contiene le uova, con l’intenzione di riporlo nel frigorifero, ma a metà strada il fondo del sacchetto si rompe, lasciando le uova libere di cadere sul pavimento.

Fino a qualche ciclo fa, il gatto sarebbe entrato nella stanza richiamato dal trambusto, ma quella fase è stata superata da tempo e i gusci stanno già iniziando a muoversi di un moto surreale, che la mia mente fatica ancora a considerare possibile. Il ciclo inizia a riavvolgersi e la freccia del tempo inverte la sua direzione, così che le uova si ricompongono rapidamente, per poi fiondarsi nel sacchetto tra le mie mani. A questo punto io mi volto, torno sui miei passi verso il tavolo e rimetto il sacchetto nella borsa della spesa, per poi ripercorrere all’indietro il viale fino al supermercato.

Tutto mi scivola intorno, come in un filmato che scorre al contrario o come quando mi siedo in treno, con le spalle rivolte alla direzione di marcia. Gli alberi e gli edifici si allontano nel mio campo visivo e le persone sbucano dalle mie spalle, mentre io cammino a passi indietro. Mi ricorda alcuni esercizi praticati da bambina, quando a scuola ci facevano camminare all’indietro per migliorare l’equilibrio.

Non ho alcun controllo sulle mie azioni e il mio corpo si muove sui binari prestabiliti dall’evento originale, ripercorrendo quei venti minuti avanti e indietro senza sosta e senza la minima variazione. Completamente privata del libero arbitrio continuo a rivivere ogni sensazione nello stesso identico modo: il calore del sole sul viso, il peso della borsa sulla mano, i suoni che nascono lentamente per interrompersi all’improvviso nel silenzio.

Una volta tornata al supermercato, le porte scorrevoli si aprono alle mie spalle e si chiudono di fronte a me, per poi riaprirsi nuovamente mentre mi accingo a ripercorrere tutto il tragitto verso casa.

Sono intrappolata in un ciclo continuo di eventi che si ripete senza sosta, la cui unica variazione è la durata del ciclo stesso, per cui ogni riavvolgimento si accorcia di qualche istante ai suoi estremi, così che le porte del supermercato mi sono sempre più vicine e, tra non molto, non le varcherò nemmeno più; il gatto non entra già da tempo in cucina e le uova iniziano a ricomporsi prima ancora di rompersi del tutto.

Più che un ciclo infinito, sembra assumere il comportamento di un pendolo che perde energia ad ogni oscillazione. Inizio a chiedermi cosa potrà accadere nel momento in cui il pendolo smetterà di oscillare. Forse il tempo riprenderà il suo corso naturale e io sarò nuovamente libera di interagire con la realtà. Oppure cesserò semplicemente di esistere, perché in fondo non esistono testimonianze di questo genere di eventi e non riesco a credere che tutto questo sia toccato solo a me. Che sia questa la morte? Una sorta di purgatorio in attesa di Dio solo sa che cosa? A pensarci bene potrei anche avere avuto un malore in cucina e adesso sono costretta a ripercorrere l’ultimo evento della mia vita fino alla sua completa dissoluzione, senza la possibilità di interagire con una realtà alla quale non appartengo più.

Non me ne ero mai resa conto prima, così presa dai problemi della vita quotidiana, così immersa nel continuum dei miei gesti. Essere costretta a vivere la mia esistenza da spettatore, senza la possibilità di intervenire, senza la capacità di orientare il mio destino, mi fa capire quanto sia fondamentale per un essere umano considerarsi padrone di se stesso. La coscienza di sé e l’autonomia di un pensiero proprio sono nulla senza la facoltà di proiettarle in un contesto tangibile. Non è la capacità di pensiero articolato ciò che ci ha portato a questo punto dell’evoluzione, bensì la consapevolezza di influenzare l’ambiente che ci circonda.

È questo che ci rende piccoli dèi, per mezzo del potere di influenzare una vasta porzione di realtà con un semplice gesto motivato da noi stessi. Tolto questo, non resta nulla. Tolto questo, rimane soltanto il silenzio di una mente sola.

Non ho mai sentito il mio corpo così alieno e ostile, e non ho mai desiderato così tanto la fine di qualcosa. Mi sento come una bambola di pezza nelle mani di un bimbo che gioca senza rendersi conto di ciò che ha fra le mani: io, inerme, con gli occhi sbarrati e la bocca cucita in un gelido sorriso.


Sono esausta, adesso, e vorrei almeno poter chiudere gli occhi e riposare fino al momento nel quale non ci sarà più tempo da riavvolgere. Inizio a sospettare che a quel punto resterò bloccata all’infinito in quel singolo istante, posto al centro preciso dell’intero ciclo: immobile e incapace di ogni cosa, ma libera di pensare vi prego, fatemi uscire!