Insalata uzbeka

Antonio Picasso
Aug 22, 2017 · 6 min read

Samarcanda (Uzbekistan) — «Il rabbino sta pregando». Per farmelo capire, un muratore coperto di calce fino ai capelli gesticola un segno della croce alla ortodossa. A Samarcanda vive ancora una cinquantina di ebrei. Il loro tempio è nascosto nei vicoli della città vecchia. Un quartiere silenzioso e pulito, dimenticato dalle rotte turistiche, anche se è appena dietro i più importanti monumenti della città. «Il rabbino sta pregando». Amen!

Samarcanda: il muro esterno della sinagoga (Photo credits: Brenda Debiasio Romeo)

Le contraddizioni, le assurdità — compresa questa — e le sorprese fanno dell’identità confessionale uzbeka un’insalata. Russa. Uzbekistan: repubblica tutt’altro che democratica, retta fino allo scorso anno da un highlander della nomenklatura sovietica che, dopo essere stato il segretario del Partito comunista locale, si è cambiato la targhetta e si è proclamato presidente di un regime laico, indipendente e amico di tutti. Islom Karimov ha regnato senza competitor finché morte non l’ha separato dal trono. Al suo funerale c’erano sia Putin sia John Kerry. Il primo perché lo zar Vladimir e il khan Islom erano fatti della stessa pasta. Il secondo perché Washington non potrà mai dimenticare il supporto logistico che l’Uzbekistan ha concesso alle truppe Isaf in Afghanistan.

Sulla strada verso l’Afghanistan (Photo credits: Brenda Debiasio Romeo)

Karimov è scomparso il 2 settembre del 2016. E oggi la nazione lo celebra come un piccolo padre. Tashkent gli ha dedicato un viale senza fine. Samarcanda, sua città natale, si sta spendendo per la costruzione di un mausoleo. Un culto della personalità tale da far venire i nervi a Tamerlano, che a sua volta riposa da queste parti, e perfino Lenin, che al tempo della rivoluzione fu il solo a concedere un po’ di libertà confessionali agli uomini di fede di queste terre.

Khiva: un fermo immagine nella storia (Photo credits: Brenda Debiasio Romeo)

Cos’è l’Uzbekistan? È un paese disegnato a tavolino. Come tutte le ex repubbliche sovietiche. Fatto fuori Nicola II e con lui khan ed emiri, Mosca — dove già Stalin era succeduto a Lenin — ebbe l’idea di spacchettare etnie, tribù e clan in paesi nuovi di pacca, privi di un’ossatura storica, ma nominandoli tutti con quella desinenza “-Stan”, che rimanda agli spiazzi fuori le mura di Samarcanda, Bukhara e Tashkent, dove facevano sosta le carovane di mercanti lungo la via della seta. Uzbekistan, Kazakistan, Tagikistan, eccetera. Queste “stan countries”, come una certa dottrina delle relazioni internazionali si ostina erroneamente a chiamarli, sono stati denominati così forse per imitare l’Afghanistan, il cui orgoglio nazionale non è certo roba dell’altro ieri. Oppure il Pakistan, anch’esso prodotto di laboratorio. E come tale fallito. Le “stan countries” sono un aborto della geopolitica sovietica. Tuttavia, sono ancora lì. Ed è questo un altro nonsense.

Al crollo dell’Urss tutti temevano che proprio qui si sarebbe gonfiato un bubbone di estremismo wahhabita, in grado poi di infettare il resto dell’Islam. Del resto l’Afghanistan è qui dietro. Come anche l’Iran. All’epoca ben più sacerdotale di quanto non sia oggi. Forse. Tuttavia è stato proprio il pugno di acciaio di Karimov a soffocare qualsiasi velleità confessionale. Qui, per legge, il muezzin non può chiamare alla preghiera. I minareti restano quindi mute testimonianze di quell’Islam che sotto i khan incentivava la ricerca scientifica nelle madrasse. «La religione per noi è una questione individuale, che ciascuno si coltiva nel cuore». Le guide turistiche sembrano sincere quando dicono queste cose. Sorridono, bevono vodka e mangiano carne di maiale. Alla faccia dei precetti!

L’Uzbekistan è un’insalata. Russa, sì. Perché tra deportazioni, emigrazioni forzate e interi villaggi sfollati da quelle regioni dove settant’anni fa infuriava la seconda guerra mondiale, di russi, ucraini e polacchi in Uzbekistan ne sono rimasti un po’. E della loro integrazione non è che si possa parlare come di una mission accomplished. Io sono russo. Io sono tagiko. L’etnia di appartenenza prevale sul colore verde-Islam del passaporto uzbeko. Forse ora, con qualche matrimonio misto, le cose stanno cambiando.

I matrimoni, già. Il vero problema del paese sembra questo. Non di concetto (coranico), ma di sostanza (economica). Perché, quando si vive con un centinaio di dollari al mese e per le proprie nozze si devono spendere non meno di 30mila bigliettoni — altrimenti chissà cosa dice la gente — uno ci dovrebbe pensare due volte a fare il grande passo. Invece no. I giovani si sposano, con matrimoni combinati da famiglie disposte a vendere l’anima pur di mettere su una cerimonia da mille e una notte. Dal canto suo, il governo sta cercando di correre ai ripari. Per legge ha imposto di non superare i 500 (cinquecento!) invitati a banchetti e cerimonie. Ma la tradizione è la tradizione. Per le autorità, che non vogliono ammettere di dover gestire una nazione indigente, queste spese sono inutili. Impediscono il normale sviluppo dei consumi. E quindi della crescita economica del paese.

Sì, il ventre molle dell’Uzbekistan è l’economia. Decotta da decenni di culture intensive di un cotone di scarsa qualità che viene lavorato altrove e che quindi non porta utili al paese. Sfiancata dalle devastazioni ambientali del Lago d’Aral. A proposito, dov’è il Lago d’Aral? Di quello che resta del più grande scandalo ambientale dell’Urss non se ne sa più nulla. È sparito. L’hanno prosciugato, avvelenato, ucciso.

Moynaq: relitti del Lago d’Aral (Photo credits: Brenda Debiasio Romeo)

Nelle città la gente campa con il mercato nero. Soprattutto per il cambio della moneta forte, dollari ed euro. Mentre le istituzioni reggono grazie alla corruzione e al pesante protezionismo. Ma le tasse per l’esportazione di un semplice tappeto non vanno a lubrificare il Welfare. Certo, hanno l’oro e il gas. Ma anche quelli sono esportati da multinazionali non locali. Lo sviluppo vero di un’industria nazionale è un’altra cosa. Per le strade di scuole se ne vedono poche. E infatti i bambini sono tutti in giro. Si parla addirittura di lavoro minorile nei campi di cotone. Le infrastrutture, eccezion fatta per l’alta velocità ferroviaria made in Spain che collega Tashkent-Samarcanda-Bukhara, sono abbastanza sgarrupate. C’è però chi sogna di fare dell’Uzbekistan un paese manifatturiero. La General Motors vi ha installato gli stabilimenti della Chevrolet. Oltre 5mila addetti ad Asaka. È già un inizio. Piccolo.

Il guaio di questi posti è che la miseria è una ferita esposta alla manipolazione. Il comunismo prometteva il sol dell’avvenire. Gli estremisti religiosi oggi ti stuprano il Corano dicendo che se ti schianti con un camion contro la folla hai risolto tanti problemi. Tu vai in paradiso e alla tua famiglia va un compenso. A Tashkent o Samarcanda nulla di tutto questo accade. Ma là in fondo, nella valle di Fergana, non ci sono sinagoghe o ragazzi che si fanno il segno della croce per dirti che un rabbino sta pregando. E quello sì che può essere un terreno fertile per talebani o militanti dell’Isis. O almeno così sospettano le autorità a Tashkent.

È però di questi giorni la scelta del nuovo presidente, Shavkat Mirziyoyev, di depennare 570 nomi da una blacklist di dissidenti antiregime e predicatori islamici, che era stata raccolta ancora da Karimov. Un gesto di trasparenza. Forse non per essere democratici — tanto da queste parti la democrazia non sanno neanche che sapore abbia — bensì perché ogni tanto anche i regimi più duri devono disporre di una valvola di decompressione. Per far vedere al mondo che sono buoni. E confermare il proprio consenso in casa.

Registan di Samarcanda: i fasti di Tamerlano (Photo credits: Brenda Debiasio Romeo)
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Comunicatore, ghostwriter, globetrotter ed eretico #brandjournalism #referencelab #aforismidiviaggio

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