Il turismo, la democrazia e il (falso) problema della folla

Avrei un sogno. Complicato e semplice insieme, quello di vedere il turismo trattato come gli gli altri settori dell’economia con serietà, con rispetto, con critiche, naturalmente, ma sempre nel perimetro delle cose degne e stimabili. Il turismo non è un mondo a parte; non è un extra-mondo alieno da guardare con diffidenza, ma qualcosa che vive dentro la vita delle persone. Essendo in viaggio non si perde la propria singolarità, unicità e irripetibilità.

“Il turismo è il nuovo veleno che sta uccidendo i paesi e le città italiane”, scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere, e così condanna, in un certo qual modo, un intero settore dell’economia italiana, uno dei pochi, per altro, che non conosce crisi e continua a offrire lavoro e opportunità per molti.

Siamo abituati all’acume e allo spessore intellettuale dell’autore. Le sue analisi sulla politica italiana e su come il nostro Paese abbia bisogno di un tasso di liberalismo e di modernità ben superiori di quelli attuali (e totalmente in contro-tendenza rispetto alla deriva proporzionalista che il paese è tentato di prendere) sono spesso davvero da incorniciare, non solo per la raffinatezza, ma anche per l’esibita sottigliezza. Sottigliezza che però manca in questo caso. Vediamo perché.

Il primo punto è l’apocalitticità della definizione: si può naturalmente discutere se ci sia un eccesso di presenze turistiche a Venezia e di come queste possano essere regolate, o disincentivate, ma proiettare sull’intero paese un problema che, in termini fenomenologici potrebbe essere attribuito a Venezia o al massimo a qualche altra particolare situazione, è un po’ troppo.

C’è in tutto il ragionamento un filo rosso che tradisce una diffidenza profonda verso quel che è l’industria dell’ospitalità. Galli della Loggia continua, in questo assumendo un luogo comune molto radicato nel nostro paese, nell’equivalenza di numero delle persone e danno crescente. Il suo assunto è molto semplice: più ci sono persone, più il nostro patrimonio va in rovina. È un assunto fuorviante, non perché non ci siano prove che questo succeda, ma ci sono prove che non è necessario che succeda, e se succede, succede per altre cause. Vediamo qualche esempio.

Ortisei è un gioiello incastonato nella Val Gardena, perciò oltre ai consueti problemi tipici delle località turistiche di successo, bisogna aggiungere che si trova in alta montagna e che ha un ambiente e un territorio particolarmente delicati. Ebbene, Ortisei ha meno di 5.000 abitanti e ospita oltre 100mila arrivi turistici (numero persone) e oltre 600mila presenza turistiche (numero notti).

Ha circa 20 turisti per abitante. Dovrebbe essere devastata da tutta questa gente. Dovrebbe essere un caos perpetuo. Dovrebbe essere un inferno. Invece è un paradiso, perché non c’è ombra di traffico, il paesaggio continua a essere meraviglioso e le presenze turistiche sono governate in maniera ineccepibile, perfetta, felice. Il problema non è la gente.

En passant, senza il turismo, grandi aree del Paese sarebbero condannate alla povertà e allo spopolamento. Il Trentino è la regione d’Italia che negli ultimi decenni ha avuto il massimo tasso di crescita dell’economia, trascinata dal turismo, dall’agricoltura modernizzata e dalla valorizzazione della tipicità. Neppure il Trentino appare devastato. Una recente indagine del TSM (Trentino School of Management) ha dimostrato che dovunque la montagna in Italia ha perso popolazione e reddito, dovunque. Ci sono solo poche eccezioni: il Trentino, l’Alto Adige e la Val d’Aosta. Qual è la ragione? Il turismo, non solo il turismo naturalmente, ma principalmente il turismo.

Non dovremmo chiamarlo turismo però, perché il turismo è semplicemente un fenomeno: si chiama industria dell’ospitalità. E se la chiamiamo così, tutto prende un’altra luce. Un’industria ha i suoi standard da rispettare, si prende cura dei suoi clienti, mantiene prezzi proporzionati al valore del servizio e così via. Se parliamo di industria dell’ospitalità, allora capiamo meglio le cose e capiamo che in quelle province sono capaci di gestire bene enormi flussi di turismo, così come sono capaci Rimini e altre destinazioni di gestire al meglio flussi ancora più grandi. Il problema non è la gente.

Orlando, in Florida, nel 2015 ha ospitato 66milioni di persone. È come se tutta l’Italia, con qualche milione di persone in più, si fosse riversata in quella cittadina nello stesso anno. Invece di citare Disney come il male assoluto, (con questo non si vuole dire che Venezia debba essere Disneyland, nota per chi già punta il dito…), impariamo a come gestire i flussi di persone.

C’è una scienza, sì proprio una scienza, che prende il nome di queueing, che si occupa di ottimizzare le code, in cui i maggiori maestri al mondo sono proprio alla Disney. Il problema non è la gente. (Al proposito, la scienza del governo delle code nasce con un paper del matematico russo Andrey Markov dell’inizio del secolo scorso, giusto per dire che l’ottimizzazione dei flussi è roba molto seria e si applica a ogni tipo di affollamento, a prescindere dalla ragione per cui si fa la coda o di chi la faccia).

Se guardiamo ai nostri beni culturali, allora dovremmo capire se tutta la discussione può essere fondata sul numero di persone (massimo) che si possono avere o solo sul prezzo del biglietto (massimo) che devono pagare. Abbiamo tanti siti culturali che vivono il fenomeno della mancanza di visitatori, non del loro eccesso, che è fenomeno riservato a pochi luoghi superstar.

Alcuni nostri musei (includo anche quelli Vaticani) sono al vertice delle classifiche come numero di visitatori, ma le nostre mostre sono tutte abbondantemente sotto la soglia della centesima posizione mondiale. Siamo in testa sull’eredità culturale, siamo in basso nella contemporaneità, o meglio nel fare “industria” culturale (anche qui, si chiarisce che il termine ha un senso evocativo di creare e sviluppare attività collegate alla cultura, dalle mostre, appunto, alla produzione creativa, etc.). Se tutti vanno nello stesso punto, non è forse dovuto al fatto che sono indotti a trovare attraenti solo quei punti? Non è colpa della folla.

Conclusione: ragioniamo su Venezia, a partire dai veneziani. Troviamo il modo, e la scienza, per governare i flussi turistici, perché le persone che scelgono l’Italia devono essere premiate (non punite) perché ci scelgono. Dobbiamo essere orgogliosi del fatto che, con tanto mondo disponibile, pensano che il nostro Paese meriti di essere visitato.

Ogni volta che ci scelgono dovremmo essere felici. Dobbiamo usare l’empatia, pensiamo a quanta gioia c’è nel vedere e vivere luoghi fantastici (sono i nostri stessi pensieri quando andiamo a Venezia, a Pompei o altrove). Quella folla anonima, non è anonima: ognuno ha un’anima che si aspetta felicità dal viaggio, come chiunque di noi quando decide di visitare un luogo che ritiene eletto, meritevole.

Se per un attimo entrassimo nella loro mente (basta leggere i commenti sui social media in maniera analitica e scientifica per rendersene conto), troveremmo pensieri condivisibili. Pensiamo a ciò che li muove, alle loro attese, non diverse dalle nostre.

In fondo sono ragionamenti analoghi alla democrazia: una volta deciso che siamo tutti uguali, che tutti abbiamo il diritto di decidere da chi e come essere governati, poi si costruiscono le istituzioni che quei diritti li organizzano in maniera ordinata. Una volta deciso che gioire del patrimonio dell’umanità è un diritto universale, poi bisogna organizzare al meglio quel diritto e la loro execution. Tutte le alternative sono peggiori.

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