[short experiences of spatial design] >>> ABSTRACT LINK
Esordendo con un saluto a chi legge e tralasciando i motivi grazie ai quali sono riuscito a persuadermi che faccio bene ad imbarcarmi in questa impresa, cercherò di non esser da meno di nessun altro, in fatto di verosimiglianza concettuale, “architettando” congetture sull’impatto delle nuove tecnologie nello stadio creativo della progettazione.
In questo “contatto zero” approntato in poche ore, piene di frenesia e caos, avanzo l’acerba intenzione di riflettere riguardo al canale “mente___mano___tastiera___cyberspazio” che ho iniziato da poco a percorrere, appuntando i modi e gli esiti di quest’alba sperimentale nel mio “Manoscritto di Tesi”.
Sotto gli occhi di chi legge c’è il breve tempo di un cambiamento di scena, tutto (o quasi) quello che esiste fra un passo ed il suo successivo, su “paesaggi poligonali” e “pianure emotive” che si dispiegano in sovrapposizioni ed intersezioni di bytes e segni. C’è un piccolo filone di “minerali sensibili”, emergente da intimi movimenti sotterranei tra frizioni e coerenze, certezze e metastabilità. Traccio, allora, un primo sentiero di coagulo – si è aperto a noi il pluriverso cibernetico: utilizziamo un prodotto (il digitale) come strumento connettivo dell’iperdialettica interna alla struttura delle cose… Provo a filtrare la questione con due setacci che hanno, a mo’ di maglie, “gli elementi indeterminati” in un caso e “gli elementi determinanti” nell’altro; due setacci che possono far percepire il mondo da una parte in materia che esiste come “possibilità di eccesso e di difetto”, tendente a sfuggire al dominio delle regole e, dall’altra, in idee (forme e principi) che catalizzano gli atti creativi e le realtà generate che cadono sotto i sensi. Da un lato, quindi, ho la molteplicità del sensibile, dall’altro, le perfezioni essenziali, profonde ed invisibili: “semi” in una “matrice” indistinta e “gesti rivelatori”.
Per non cedere, più di quanto già non ho fatto, alla debolezza della divagazione gratuita, rimetto al centro il filo del mio messaggio, e questo centro è il “Computer Aided Architectural Design”. CAAD come interfaccia primigenia ancor prima che come bene strumentale a fecondità ripetuta: ricettacolo di entità mentali considerate nel loro contenuto e in quei caratteri che si trovano nella realtà pensata (esistente o soltanto possibile).
CAAD come origine e non come fase di passaggio: “habitat generativo” di organi, d’intrecci pulsanti lanciati in ogni direzione e poi raccolti nello spazio euclideo senza imposizione di strade o destini, ma sperimentando sul limite dinamico di linee e superfici, di enti liberi appartenenti a geometrie in mutazione, strutture filiformi alle quali mi affido per marcare l’inizio e la fine di funzioni matematiche. Fatto sta che piattaforme software molto diffuse e commercializzate mi offrono una fitta “ragnatela cartesiana” capace di relazionare parti di un “intero sensibile” alle esigenze di chi lo manipola, fuori da qualsiasi vincolo di scala, di stile e di tipologia. Ed ecco la seconda direttrice di coagulo – nello spazio-modello del software creo “unità minime di senso”, sostanze geometriche da manipolare avviando uno degli infiniti processi di possibile composizione architettonica. Si tratta di “pezzi semplici” di un costrutto mentale che si ricompone gradualmente nel 3D euclideo, liberando variabili configurazioni formali. Ho a che fare con “elementi di grado zero” che permettono di trasformare in spazio alcune qualità mutevoli dell’interazione uomo_ambiente informatico. Sono forme primarie non intese in sé e per sé, tracce regolatrici d’interrelazioni algoritmiche innescate dalla percezione offerta dal cono prospettico rinascimentale. Opero l’esplorazione dinamica di una composizione spaziale che si fa’ nell’atto stesso del guardare. Lavoro con la “struttura informativa” del processo creativo; lavoro sul modo in cui il mio pensiero può proiettarsi nello spazio (virtualizzarsi), ritrovandosi in diagrammi tridimensionali che manifestano e sostanzializzano interventi su oggetti, veicolando atti sperimentali nel reale immaginato.
Fasci proiettivi diventano fasci di “conoscenza traslata”, di riscrittura geometrica; operazioni booleane divengono il mezzo che struttura l’evoluzione delle forme, mostrando che le parti certe di un insieme meccanico di geometrie elementari, sono in realtà smontabili e collegabili ad ingressi ed uscite multiple, tra gli ingranaggi di un non facile processo di stabilizzazione della memoria dinamica delle speculazioni prospettiche.
I “semplici fatti spaziali” dell’inizio sono assoggettati ad mio intervento sensoriale in qualità di “utente” della piattaforma cibernetica, innescando, così, la mia interpretazione dell’universo minimale preesistente, e attivando sequenze di significazioni mai statiche… L’alternarsi di direzioni, l’intensità, la quantità delle nuove “istanze materiche”, la strutturale apertura a l’imprevisto di una scelta emotiva, innesca un rimescolamento delle carte, un intrecciarsi di pensieri laterali che si addensano in entità precarie al di là delle forme pure dell’inizio.
Sto maneggiando “ingredienti 3D” di una ricetta non automatica che si delinea nel coinvolgimento del software, nell’avanzamento di un processo di crescita, insieme mentale e materico, ma geneticamente virtuale.
I “semi”, a cui ho accennato prima, sono “qualità in uno stato potenziale” che, ora, è rivelato dal “movimento separatore” impresso sulle medesime qualità dall’intelletto dell’utente… Si delinea una terza linea di coagulo – innescare il “trasferimento verso l’architettura” dei modelli matematici generati nel cyberspazio.
Provo a chiarire la questione aiutandomi col sottolineare che i segni di ogni evento generativo incubato nell’ambiente del software, si radicano automaticamente negli oggetti creati per mezzo di numeri e funzioni matematiche. I “codici geometrici” rendono tali oggetti permeabili agli effetti di scelte progettuali successive, permettendo il “trasferimento” a cui ho appena accennato. La natura degli oggetti, il loro controllo dimensionale, gli attributi della nuova materia, diventano tutti “campi variabili” che possono liberare all’uso architettonico entità generate in uno spazio senza dettami funzionali precostituiti.
Il fine è decifrare lo “scopo” in forma di “parametro” libero, tradurre il linguaggio spaziale in “linguaggio macchina”: preparare il terreno alle intersezioni tra progetto astratto e processi costruttivi reali.
Il contatto sta per terminare, tra la sovrabbondanza di parole e la totale (e voluta) assenza d’immagini… sta per terminare proprio sull’origine di un’intuizione di edificio, sulla traccia di una serie d’intrecci spaziali, tecnici, funzionali, costruttivi, che potranno serbare e rimarcare presenze, esistenze, vita futuribile. L’installazione, appena sfiorata in questo groviglio di frasi, è solo un frammento della proposta complessiva – far crescere nell’humus algoritmico dei software più in uso presso gli Studi di Ingegneria ed Architettura, i sostanziali gesti applicativi che promuovano l’avanzamento complessivo del progettare l’architettura (l’architettare). Appropriarsi degli “Idiomi CAAD” per potenziare e qualificare le decisioni progettuali e l’articolazione dei metodi di progetto.
Chiudo il contatto grato a chi è giunto, leggendo, a questo ultimo punto e a capo con pazienza e, forse, interesse.
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