the house needed (la casa necessaria) 

caves and surroundings (caverne e dintorni)


[brief abstract on the history of the house]

(text in Italian)

Avvicinare la parola “caverna” a quella di “abitazione” non appare affatto un’operazione azzardata: essa è un luogo che l’uomo, da tempo immemorabile, sceglie, fra quelli che la natura gli offre, e adatta a ricovero, stabile o temporaneo, per sé e per il suo gruppo familiare. La questione dell’”abitabilità”, affrontata con i parametri odierni della civiltà occidentale, riserva una buona quantità di attriti operativi (igiene, sicurezza, salubrità, barriere architettoniche, ecc.), ma, se ci si ferma al concetto intrinseco di “habitat” (la caverna come ambiente circoscritto caratterizzato da un sistema più o meno complesso di strutture naturali e di eventuali sovrastrutture artificiali, che offre condizioni favorevoli all’insediamento permanente o provvisorio di specie viventi), l’accostamento non lascia intravedere forzature particolari. Nel tentativo di chiarire i termini del discorso è il caso di non perdere di vista, da una parte, la figura impacciata dell’”Australopithecus robustus o parantropo” – animale fisicamente poco attrezzato, tecnologo in erba ancora incapace di camminare eretto e scrivere, ma abbastanza sveglio nell’intervenire sull’ambiente (nei limiti progressivi del suo sviluppo intellettuale e manuale) e nell’equipaggiarsi a sufficienza per cacciare, per difendersi, per sopravvivere in un mondo marcatamente instabile, pericoloso e sconosciuto – e dall’altra parte “la casa necessaria”, la tana – luogo di riposo, di rifugio, di riproduzione, di crescita in sicurezza della prole indifesa; il nascondiglio, il covo del clan, il vuoto dagli spessori trionfanti (in senso inverso alla tenda) che accoglie e protegge dai rigori interglaciali, dagli animali selvaggi, dalla notte nera. La grotta è “il richiamo dell’interno”, la sua facciata è messaggera della protezione, è portatrice della discontinuità scavata dal tempo, dalle lave, dall’acqua, discontinuità tagliata dalle vibrazioni nella terra viva, che accompagna l’entrata in una esperienza inconscia alla quale le escrescenze nodose di magma pietrificato, le stalattiti e stalagmiti, danno ritmi di percorrenza e punti di orientamento, le lesioni e gli anfratti regalano segni di scomposizione del troppo pieno lapideo, suggeriscono dinamismi visivi che ammaliano lo sguardo e i movimenti. C’è continuità qui dentro. Una continuità che inscatola il vuoto offerto dalla natura, senza mutilarne la liberazione lungo direzioni inaspettate, traiettorie carsiche e filoni sorgivi. Soffitti gocciolanti percepiti a stento, pavimenti accidentati, pareti pulsanti di minerali e vegetali abbarbicati per difendersi dai verticalismi spinti e dalla liscia aridità della pietra. Il nostro ominide usa il prodotto di un’intelligenza globale così potente da essere impercettibile, il lavorio incessante di un mondo che cambia senza sosta, si traduce in messaggi materici che arrivano ai sensi direttamente, veicolando il coinvolgimento ancestrale con il contesto. La caverna accoglie con semplicità, nel suo volume terrigeno, l’“Australopithecus robustus o parantropo” e poi l’”Homo habilis” e poi l’”Homo erectus” e poi l’”Homo sapiens arcaico”, “il Neandertaliano”…, essa, con ogni probabilità, è la ribalta chiusa sulla quale comincia a prender forma la prima cosciente conquista umana sulle energie planetarie: l’accensione del fuoco. Ovviamente gli ominidi conoscevano il fuoco assai prima di usarlo, soprattutto nelle zone vulcaniche, ma per migliaia e migliaia di anni si limitano a usare il fuoco già acceso naturalmente, prendendolo dai boschi e dalle foreste incendiate da fulmini o accidenti naturali di vario tipo (autocombustione, lapilli d’eruzione, rivoli lavici, ecc.). La prima testimonianza dell’uso del fuoco (proprio in una caverna) risale a 700000 anni fa, mentre la prima testimonianza di tecniche per accendere il fuoco è di circa 35000-40000 anni fa. Sui perché di tale intervallo si potrebbero macinare parole a quintali, ma l’unico composto che si ricaverebbe dalla discussione avrebbe il sapore forte della supposizione totale. Saltando il fosso, invece di scendervi dentro, raggiungiamo un uomo che si sta trasformando: il maggiore sviluppo del cervello fa sì che i piccoli della specie, a differenza di quelli degli altri animali, impieghino un numero maggiore di anni, quattro o cinque, per arrivare a essere capaci di badare a se stessi (oggi per raggiungere la stessa capacità occorrono una decina d’anni in ambiente selvaggio o ostile e una trentina nei nidi ovattati delle opulenti città occidentali!). In questi anni i piccoli, non ancora in grado di partecipare pienamente alle attività del gruppo, vengono allevati e istruiti alla vita; lo stimolo alla trasmissione delle informazioni riguardanti il mondo di fuori, sta facendo progredire lentamente, ma inesorabilmente, il linguaggio; fa sviluppare, nella specie, la spinta verso un’espressività sempre più complessa: oltre ai suoni articolati e distinti generati grazie all’apparato laringe-ugola-cavità orale, ecco i segni del quotidiano sopravvivere impressionati su megaliti, pareti e soffitti delle grotte; manifestazioni artistiche dell’”Homo sapiens”, per alcuni romanticoni critici di oggi; libri primordiali per insegnare e album ancestrali in cui riporre i ricordi di un’esistenza vissuta in pieno, per altri studiosi più smaliziati e razionali. La caverna s’illumina del fuoco gestito ancora ingenuamente, ma sempre più coscientemente, dall’uomo, che oltre a cacciatore e raccoglitore di cibi, diventa cuoco: la carne cotta è più commestibile e tenera; i grandi mascelloni e i grossi denti molari non sono più necessari per triturare il cibo. E, allora, anche il volto dei nostri antenati comincia a mutare nell’atmosfera perenne della grotta, che dà loro ospitalità sempre più confortevole: durante le lunghe fasi di glaciazione del periodo quaternario, nel pleistocene, il fuoco nelle grandi tane comunitarie fornisce calore, spaventa gli animali tenendoli lontani, dà luce durante la notte, permette agli abitanti di lavorare utensili, di nutrirsi senza fretta, di ricordare gli episodi della giornata, condividendo suoni e danze ancestrali prodotte dai loro corpi energici o dipingendo sulle pareti “testi visivi” densi di natura e di realtà. Attorno al fuoco si va consolidando la prima organizzazione tecnica e sociale, la prima civiltà, che è detta della pietra, da uno dei materiali più usati in questo periodo per fabbricare utensili (un altro materiale molto usato era il legno, ma degli oggetti costruiti con esso restano scarsissime testimonianze perché il legno difficilmente si conserva). La comunicazione si attesta quale necessità elementare, sullo stesso piano del bisogno di un riparo, della proliferazione della razza, del controllo del territorio. Tutti gli animali che hanno una vita di gruppo, comunicano. Nessuna creatura sociale può sopravvivere senza scambio di messaggi con i suoi simili o con gli esseri con cui è in relazione. La mimica è il primo vero codice di gesti e di atteggiamenti, cioè un sistema di segnali, è il linguaggio gestuale, la “comunicazione cinetica” che si espande nello spazio antropico con potenza e chiarezza. Il gesto è, dunque, la prima energia comunicativa: veicola con immediatezza le intenzioni, i pensieri, le informazioni; crea nello spazio un racconto. La sua prima evoluzione è la danza: con essa si arricchisce di spiritualismo e simbolismo; i gesti istintivi conquistano schemi ripetibili e trasmissibili all’infinito. La sua ulteriore, e parallela, evoluzione è il segno: graffiti e pitture. Dove ci sono le mani ci sono gli occhi, dove ci sono gli occhi c’è la mente, dove c’è la mente c’è l’espressione, dove c’è l’espressione c’è l’emozione. L’immagine trasmette il suo messaggio al primo sguardo; il segno grafico impresso sulla superficie potente della pietra riempie l’assenza dei vocaboli, l’insufficienza dei gesti, accoglie il desiderio di manifestare i significati sempre più coscienti che l’uomo dà al mondo circostante. I segni “significano” gli oggetti, le bestie, la terra, le azioni e le relazioni dell’uomo con il contesto. Le figure si materializzano poco alla volta in tratti essenziali, schemi recanti parametri di movimento, di energia colorata, di idee simboliche, di concettualizzazioni sempre più complesse. La “casa necessaria” diventa custode di queste nuove superfici dialettiche, pellicola facilmente impressionabile che restituisce il film mnemonico di una vita in evoluzione febbrile. I suoi abitanti, corrono mille pericoli quotidiani, per evitarli sono attentissimi ad ogni segnale che provenga dall’ambiente stesso: un sibilo, la vegetazione calpestata, un rumore sospetto, le orme. Le impronte sono i segni visivi della presenza delle bestie pericolose; le impronte diventano anche la prima firma ancestrale di cui gli uomini fanno uso per manifestare la loro presenza in uno spazio abitato. Ogni traccia è portatrice di informazioni preziose, è di importanza vitale per capire il mondo. I terribili scontri col selvaggio regno animale, ragione di contrasto con l’ambiente, spingono l’uomo cacciatore ad una difesa che va più in profondità della rassicurante stabilità della grotta: dipingendo le immagini degli animali, crea il loro “doppio”, confinando sui piani lapidei scene di ordinaria lotta, egli crede di poter esercitare un controllo magico sul mondo bestiale e si libera dall’angoscia e dal terrore. Il potere delle immagini prende piede nella sua mente in crescita; soddisfa la prima ineluttabile affermazione dell’io. Attorno al fuoco, dentro caverne e tende, lungo i multipli itinerari di un’inesorabile colonizzazione, l’uomo, “bipede implume” con una locomozione eretta sempre meno impacciata, migliora la sua capacità manuale con ritmi impressionanti (la sua mano prensile con pollice opponibile, fornita di unghie piatte anziché artigli, è un magnifico strumento naturale), ha un cervello voluminoso che genera pensieri, associazioni logiche e segnali complessi in risposta agli stimoli esterni, ha una vita sociale molto intensa, produce e usa utensili, popolando diffusamente le terre dell’Etiopia e del Kenia, del Sud Africa, della Tanzania, della Germania, della Cina, ecc. I comportamenti sociali si arricchiscono di continuo ed i sistemi comunitari diventano sempre più complessi, forse basati sulla spartizione del cibo e sulla condivisione della dimora. Questo favorisce gli individui con un linguaggio ricco di gesti e suoni: chiedere un pezzo di carne, un frutto o un riparo insieme agli altri e chiederlo nel modo giusto può voler significare l’accoglimento o meno della richiesta. La spartizione del cibo permette molto più tempo libero, che può essere dedicato alle cure parentali, alla costruzione di utensili più efficienti, al gioco e alla fantasia. L’uomo sta naturalmente infittendo il suo rapporto con la natura, da quest’ultima sta imparando a prendere sempre più cose utili per la vita, ma il legame si prospetta da subito complicato e delicato: la natura prende e dà, favorisce la vita e la attacca, concede spazi abitabili e nasconde insidie mortali in ogni angolo, insegna a creare e a distruggere. La tenda e la caverna sono le coerenti forme di un esigenza: la prima è la più semplice imitazione dello strabiliante potere della natura di trasformare se stessa, l’ambiente, lo spazio; la seconda è il più semplice e istintivo accenno di sfruttamento dei risultati materici di questo potere. Abitare nel mondo è un fatto spontaneo, regolato da leggi naturali, e questo “grado zero” esistenziale è il nucleo dal quale prolifera ogni atto umano, compreso il cercare riparo. Il legame psicologico col mondo è lineare. L’uso dello spazio è lineare: la caverna è cercata, scelta e usata così com’è. Viene vissuta, segnata e lasciata. La tenda, gabbia primordiale che chiude fuori l’ambiente a volte percosso da intemperie fastidiose, è trasposizione fisica di rifugi naturali scoperti per caso, vissuti, compresi e lasciati. L’uomo nomade, vive il ritmo del mondo, lo assimila e con esso ogni forma usata per vivere, ogni azione osservata, ogni energia carpita. Ma egli è ancora un po’ lontano dal salire il prossimo gradino della sua evoluzione: la manipolazione sistematica dell’ambiente, la trasformazione dello spazio secondo criteri sociali.

[28-8-2003] FC

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