Renzi vs Grillo

Pregi e difetti di due politici iperconnessi


Il primo discorso pubblico di un leader politico all’indomani di una vittoria elettorale costituisce la summa del suo personaggio. Il lessico, la gestualità, il tono di voce, gli argomenti affrontati.

La sera dell’otto dicembre 2013, dal palco dell’Obihall, il neo Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi apriva il discorso della vittoria con i rituali ringraziamenti agli sconfitti nella corsa alle primarie, piazzando subito dopo una frase insolita nel panorama compassato dei politici italiani. Un grazie alla sua famiglia e, soprattutto, alla moglie Agnese, «lei sa perché».

E’ un immagine che richiama subito il mondo americano e quella sapiente commistione tra vita pubblica e privata messa in atto dall’attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Obama è il primo presidente ad aver condotto una campagna elettorale intimamente connessa ai social network, adattando alle sue esigenze il metodo del cosiddetto crawl, walk, run, che gli ha permesso di instaurare un contatto diretto con l’elettorato in un’epoca in cui i social media venivano ancora guardati con sufficienza, o addirittura con sospetto.

Fonte: Edelman Research, “The Social Pulpit,” 2009

E’ una lezione che Matteo Renzi sembra avere accuratamente studiato e fatto sua (niente di nuovo, verrebbe da dire, visto che anche i suoi predecessori alla guida del PD, fatto salvo il più tradizionalista PierLuigi Bersani, hanno attinto a piene mani dalle campagne d’immagine del capo di stato americano. Anche se, a detta degli esperti, lo staff di Renzi lavora in modo ben più accurato. http://giovannacosenza.wordpress.com/2012/09/17/renzi-tu-vuo-fa-lamericano/).

E così, la pagina Facebook del premier, che vanta più di 617.ooo proseliti, è tutta un fiorire di frasi costruite con una terminologia semplice e d’impatto, un condensato di slogan, resoconti delle sue giornate di fatica, appuntamenti in agenda e, qua e là, qualche contenuto. Renzi è abilissimo nel postare pillole predigerite ad uso e consumo del popolo degli smartphone, destinate ad essere lette di straforo, in coda dal panettiere o in fila al semaforo. Condite da moniti (“siamo l’Italia, ce la faremo. Un impegno: rimanere noi stessi, liberi e semplici”), intenti programmatici (“dopo anni di melina, in qualche settimana si passa dalle parole ai fatti”), insomma riempitivi sempreverdi che non fanno mai male.

Il suo rapporto coi social network rispecchia molto bene la personalità di colui che incarna il nuovo che avanza e non ha paura di rompere l’etichetta, anche in modo sfacciato, come accadde con il tweet che inviò mentre era ancora in corso la riunione col presidente Giorgio Napolitano per stabilire la lista dei ministri.

https://twitter.com/matteorenzi/status/436919907989868544

D’altro canto, il Presidente del Consiglio sembra essere, lui per primo, un ingordo divoratore di materiali social (il dubbio che sconfinasse nella bulimia è sorto durante la campagna per le primarie del 2012, quando veniva ripreso in perenne contatto visivo col suo Iphone). Questo suo essere iperconnesso non gli regalò la vittoria, ma una seria ipoteca sul trionfo dell’anno seguente, questo sì, e lo vide schizzare ai vertici delle classifiche dei politici più seguiti online.

La sua vera forza, tuttavia, non risiedeva nel numero dei seguaci, quanto piuttosto nella capacità di ingaggiarli. Come spiega Vincenzo Cosenza, responsabile della sede capitolina della società di monitoraggio Blogmeter, «i followers e i fans si possono anche comprare, e comunque sono un capitale infruttifero. Mentre quello che conta è il tasso di interazione giorno per giorno».

Fonte: www.blogmeter.it Rilevazione del tasso di engagement di ciascun candidato in corrispondenza delle Primarie PD 2012

Pochi giorni fa, un social media analyst della commissione Ue ha stilato una classifica dei leader europei più seguiti sui social, prontamente ripresa dal sito de La Stampa, in cui Renzi svetta nettamente. Un dato interessante, che conferma quanto appena detto circa l’importanza relativa del numero di follower, è che ben il 43 per cento di essi sarebbero fake, falsi, profili acquistati per dare più credibilità alla propria immagine di politico 2.0.

In definitiva, se è vero come è vero che una porzione significativa della discussione sulla cosa pubblica si svolge ormai in rete, la capacità di suscitare questo dibattito rappresenta un’abilità preziosa per qualunque uomo politico moderno. Ma si badi: l’obiettivo primario non è far parlare di sè in termini lusinghieri, bensì ottenere che a parlarne siano quante più persone possibili.

Nondimeno, questa assidua presenza sui social ha portato a Renzi qualche critica. Proprio l’altro ieri, il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi, in riferimento al Presidente del Consiglio, ha dichiarato seccamente: «Si sta abusando delle chiacchiere sui social network. Noi chiediamo che si smetta di annunciare e commentare sul web» (fonte Adkronos).


Chi delle critiche circa la sua strategia comunicativa non si cura neppure lontanamente è un altro leader politico, che però contrariamente a Renzi ha scelto di non concedersi ai mezzi di comunicazione più tradizionali. Niente tv, niente interviste, un disgusto senza appello verso chiunque eserciti la professione di giornalista. Il morettiano dilemma “vengo e me ne sto in disparte o non vengo per niente” è stato sciolto con sicumera, preferendo la seconda opzione.

Stiamo parlando di Beppe Grillo, uomo politico (benché non voglia definirsi tale) a capo di un Movimento che ha come organo di stampa ufficiale un blog intitolato al leader (www.beppegrillo.it) e di sua proprietà. Secondo un’indagine condotta da Technorati e Edelman, si tratterebbe del 28esimo blog più influente al mondo, l’unico europeo nella top100. Nacque nel lontano 2005 come collettore di notizie e riflessioni su tematiche ambientali, denunce contro gli sprechi della politica e luogo di ritrovo per chi si riconosceva nelle parole di un comico che si proponeva in primis come cittadino responsabile.

Questo vocabolo, cittadino, si sarebbe imposto diversi anni dopo con un significato del tutto diverso. E’ infatti così che vogliono essere chiamati gli eletti in Parlamento nelle file del M5S, rifiutando l’appellativo di deputati e senatori che sentono come indicatore dei privilegi della casta.

E’ precisamente questo sentimento di intolleranza, veicolato con una terminologia ruvida e sbeffeggiativa, a farla da padrone nei post di Grillo sul blog e su Facebook, dove è seguito da ben un milione e mezzo di persone. Quasi altrettanti follower può vantare su Twitter, utilizzato per lo più per farsi pubblicità, segnalare notizie rilevanti o ironizzare su qualcuno (anche su Renzi, perchè no).

https://twitter.com/beppe_grillo/status/441252503707856896

Questa cifra stilistica appartiene al leader Cinque stelle come una seconda pelle ed è quella che gli ha permesso di ottenere così tanti consensi, in un tempo breve, tra persone nauseate dall’immobilità della scena politica italiana. Ma certe volte, questa stessa caratteristica può rivelarsi un boomerang.

Quando a fine gennaio Grillo pubblicò un video dal titolo “In viaggio con Lady Ghigliottina Boldrini”, domandando agli utenti del blog cosa avrebbero fatto trovandosi in auto con la Presidente della Camera, il popolo della Rete si scatenò, dando il peggio di sé. Grillo fu costretto a cancellare le offese ed il suo staff a profondersi in scuse (“sono state postate di notte, quando non c’era controllo”) che la dicono lunga sulla reale padronanza che può aversi su di un mezzo per sua natura proteiforme e sfuggevole.

Ma c’è anche chi ridimensiona il mito dell’importanza della Rete nella strategia politica di Beppe Grillo. Serena Danna, sul Corriere della Sera del 6 marzo 2013, sottolinea come lo strumento del blog appartenga ormai ad un’era giunta al tramonto. Testimonianza della fatica del leader Cinque stelle ad affermarsi sui moderni social media sarebbe la percentuale irrisoria di follower autentici che, secondo la statistica citata in precedenza, può vantare il suo profilo Twitter: solo il il 6/9% su oltre 1,4 milioni. Inoltre, sempre la giornalista del Corriere nota che Grillo «segue quasi esclusivamente esponenti del Movimento che, a loro volta, lo usano [il social network, n.d.r.] per comunicare in maniera unidirezionale e creare una contrapposizione tra Noi - il movimento - e Loro - tutti quelli che non ne fanno parte. La strategia 5 Stelle su Internet, lungi dall’essere centrifuga, trasparente, conflittuale e diffusa - come la Rete stessa è -, finisce con l’essere centripeta e partigiana: con un centro che diffonde i messaggi senza rispondere a critiche e commenti».

Renzi, al contrario, cerca di continuo il contatto con chi lo segue (senza richiedere loro la tessera del PD) e lo fa in diverse forme, dalle cento idee della Leopolda messe in rete per essere modificate con il contributo dei cittadini, alla casella di posta elettronica aperta per accogliere proposte dal basso per il Governo e lanciata, furbescamente, durante la prima visita nelle scuole.

https://twitter.com/matteorenzi/status/442182265792385024

Anche Grillo consulta la sua platea online - lo fa quasi ossessivamente - , ma restringe il dialogo agli iscritti al M5S, ponendo spesso domande dirette che impediscono ai militanti di esprimersi con opinioni articolate. Essi sono invece costretti ad appiattirsi su di un sì o un no a quesiti formulati nel chiuso della cerchia Grillo - Casaleggio. Questa volontaria ghettizzazione partorisce spesso un numero di votanti estremamente basso, tale da inficiare il valore stesso della votazione. E’ peraltro interessante che appuntamenti come le Quirinarie, cui hanno partecipato in 20.000, attirino molti meno iscritti rispetto a quando si tratta di esprimersi circa l’espulsione di qualche membro infedele (si parla di quasi 30.000 votanti).


In conclusione, sebbene con numerose differenze, sembra che Renzi e Grillo non possano nè potranno nel breve termine prescindere dal consenso raccolto online e dalla formidabile vetrina che la Rete offre loro. «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about», scriveva Oscar Wilde. Entrambi sembrano averlo capito fin troppo bene.