Comfort zone versus Me, me stessa e Io: 0–1

Ad un certo periodo della mia gioventù ho iniziato ad intuire che il mondo doveva essere un posto molto grande. Pieno di persone capaci di fare cose straordinarie.

Per me che non sapevo nulla delle regole che governano il pianeta terra; parlare in pubblico era una di quelle. Più o meno a quell’età mi sono imbattuta per la prima volta in un sito web che ai miei occhi aveva dell’incredibile: TED. Lo slogan del sito? IDEAS WORTH SPREADING (idee che meritano di essere diffuse).

Su quel sito ho imparato che esistono supereroi capaci di giocare con le parole e con sé stessi e in grado di instaurare una relazione complice con il proprio pubblico, facendolo divertire, e qualche volta emozionare. Mi sono sempre domandata come facessero. Come riuscivano a non diventare paonazzi in faccia? E poi i loro movimenti, cosi sciolti e rilassati. E quello che dicevano mi sembrava sempre cosi sensato e intelligente. Ma le mani non gli tremavano quando parlavano?

La mia conclusione per molto tempo é stata che dovevano esistere, là fuori, degli oltreuomini e TED era un’agenzia che si occupava di metterli tutti insieme.

Fine della storia.

Si, perché per me parlare in pubblico = funzioni vitali sospese, nodo in gola, tremolio alle mani, alla voce, ovunque, SOS, allarme. E ok, siamo tutti diversi e abbiamo qualità distinte, ma loro erano troppoabili e io evidentemente troppo poco, e qualcosa non mi quadrava.

Poi sono cresciuta e sono andata all’università, scoprendo mio malgrado che esistevano dei corsi di PUBLIC SPEAKING. Ancora peggio, i miei colleghi erano entusiasti di seguirli. Mi raccontavano che imparavano tantissime tecniche, mi dicevano perfino che parlare in pubblico era una specie di arte che si poteva imparare e in cui si poteva migliorare. Per un po’ non gli ho creduto, per me era molto più semplice pensare che quella disciplina non avrebbe mai fatto per me.

Dopo un po’, provando anche un po’ di invidia nei confronti di tutti quei maestri di oratoria, ho iniziato a mettere in dubbio la mia legge universale per cui PARLARE IN PUBBLICO E’ UN SUPERPOTERE. E’ in quel momento che ho realizzato alcune verità di cui in realtà sono sempre stata cosciente ma che ho sempre puntualmente rifiutato:

  • Ci sono persone naturalmente dotate del dono del public speaking. Quelle stesse persone, nella maggior parte dei casi hanno un rapporto sereno ed equilibrato con sè stesse. O comunque ci hanno lavorato parecchio.
  • Io non ho un rapporto sereno ed equilibrato con niente, quindi nemmeno con l’ arte del parlare in pubblico.
  • Il motivo per cui ho sempre evitato di parlare in pubblico e mettermi in gioco, finendo con tutta probabilità all’ospedale per una crisi di panico è perché la mia poltrona della COMFORT ZONE è sempre stata, è tutt’ora e sarà sempre molto comoda. E’ un rifugio sicuro e accogliente.
  • Immaginare me stessa seduta su una poltrona per il resto dei miei giorni è stata l’immagine più triste che mi sia mai apparsa nella mente.
  • La maggior parte delle persone tende a rimanere su quella poltrona. La natura umana, in poche parole, preferisce situazioni familiari e conosciute, evitando il più possibile situazioni di rischio o incertezza. Non ci piace ammetterlo, ma proviamo tutti, chi più chi meno, avversione al rischio. Parlare in pubblico per me è un rischio.
  • Risultato? COMFORT ZONE e AVVERSIONE AL RISCHIO sono alcune tra le cose che più preferiamo, ma che dovremmo evitare a tutti i costi.

La natura umana, in poche parole, preferisce situazioni familiari e conosciute, evitando il più possibile situazioni di rischio o incertezza. Non ci piace ammetterlo, ma proviamo tutti, chi più chi meno, avversione al rischio.

Poi è arrivato l’ultimo anno di università. E come tutti gli anni ad agosto ho dovuto scegliere i corsi da seguire. Nella lista degli opzionali il caso ha voluto che si potesse scegliere anche un workshop di Public Speaking. La prima volta che l’ho letto ho sorriso. Vedere me stessa iscrivermi a quel corso mi sembrava la barzelletta più grande della storia. Sarei palesemente stata un disastro. Poi mi sono ricordata di quei punti, della confort zone e della mia poltrona. E ho cliccato: iscrivi.

Dopo aver letto il mio nome tra gli studenti iscritti, confesso che il solo pensiero di dover fare un discorso in pubblico — perché sarebbe esattamente andata cosi, già lo sapevo — mi ha provocato immediatamente tutti i sintomi che mi vengono quando devo stare davanti a tante persone. E ci stavo solo pensando.

Dopo la quarta lezione ho scoperto che quegli stessi sintomi sono assolutamente normali; e si possono anche controllare con un po’ di esercizio.

Adesso la lezione di Public Speaking del giovedì è una delle mie preferite. E mi sto anche divertendo.

Ovviamente questo non vuol dire che io abbia smesso di soffrire di attacchi di agitazione ogni volta che devo entrare in quella classe.