Eccoci
Mi sono svegliata sul divano, questa mattina. Rimasta lì, addormentata probabilmente verso le 4.30. L’ultima immagine che ricordo della cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici che mi ha tenuta incollata alla televisione come non facevo da tempo è quella di centinaia di ballerini colorati. Poi, ho ceduto. Probabilmente ho iniziato a russare al ritmo di quella samba che tutto era tranne che una ninna nanna, poco prima dell’accensione della fiaccola (chiaramente…).
Tanti i commenti, le critiche, le polemiche che accompagnano i Giochi Olimpici inaugurati ieri sera. Anche io ero (e resto) molto scettica riguardo a numerosi aspetti dell’organizzazione di questo grande evento in un paese che accettò la sfida quando ancora ci piaceva definirlo come la lettera iniziale dei BRICS. Non sarei in grado di descrivere la situazione del Brasile oggi meglio di quanto non faccia l’eco dei fischi dei brasiliani che ancora rimbombano nell’immenso stadio Maracanà, reazione quasi automatica al suono della parola politica, ringraziamo la politica. Per non parlare del boato che segue all’unica frase pronunciata da Micheal Temer, occhi bassi, mani tremanti e forse nella sua testa qualche maledizione contro Dilma, che d’un fiato dice “diamo inizio ai Giochi Olimpici”, per poi sparire. Ma non è nulla in confronto alle reazioni tenute lontano dai riflettori mondiali, quelle fuori dallo stadio, nel cuore della Rio che c’è oltre l’entusiasmo di quei fuochi artificiali. Perché sì, Rio ha i riflettori puntati addosso e, come tutti i Giochi Olimpici, è sport ma è anche politica, per quanto la si voglia tenere lontana o la si disprezzi.
Partivo prevenuta, ma non ho spento la televisione. Hanno iniziato a ballare e… è il mio punto debole. Questa cerimonia, costata un dodicesimo di ciò che spese Londra qualche anno fa, mi ha poi tenuta incollata allo schermo. Cerimonia che è certamente politica, il cui tema è un inno al pianeta e un grido d’allarme: c’è una questione ambientale, sveglia. Un messaggio che vuole portare all’azione. Lo fa facendo piantare ad ogni atleta un seme che darà vita alla “foresta olimpica”, tra le danze, la musica e i colori. È come un ma: sì, qui facciamo festa, ma fuori dal Maracanà che ne è del mondo?
Spettatore è infatti il mondo intero, spesso nonostante il fuso orario. Spettatrice, ancora una volta, la politica: riconosciamo subito alcune facce spesso inquadrate sugli spalti, neanche troppe. Non ballano loro, come invece fa il resto del pubblico, trascinato dall’entusiasmo coinvolgente e positivo che questa cerimonia infonde nonostante tutto. Si alzano quando sfila il loro paese, sorridendo agli atleti ma soprattutto alle telecamere, composti.
Mi ero ripromessa di aspettare l’uscita del Team Italy per poi andare a dormire. Invece mi sono goduta la parata di 205 paesi e 2 non-paesi. Ci sono anche gli atleti indipendenti e il team dei rifugiati, che sfila 206esimo prima del Brasile. Mentre là fuori succede di tutto, a Maracanà il mondo festeggia e sfila e l’allegra parata ci ricorda dell’esistenza di certe isolette sperdute (Tuvalu e Guam?!). Intanto L’Iraq sfila dopo l’Iran, la cui portabandiera è una donna. C’è Israele ma c’è anche la Palestina, applauditissimi entrambi. C’è il Venezuela, e sono anche in tanti. C’è la Siria, accolta da un pubblico caloroso: sono quattro o cinque. Per pochi secondi tutti si sono ricordati della Siria. C’è la Russia del doping. C’è la Libia, che non si sa bene chi rappresenti.
Il mondo si mischia, è una tavolozza dei colori delle tenute ufficiali e tradizionali (ma quanto sono belli i costumi africani?!). L’ordine delle nazioni, stravolto dall’ordine alfabetico portoghese, non è una classifica. Il Canada si trova tra Cambogia e Qatar, che in portoghese si scrive con la C. E il Gabon ha più tempo di visibilità in passerella della Francia, perché dietro gli atleti del Ghana non sono ancora pronti. Ma l’entusiasmo degli atleti stessi non dà spazio alle polemiche, questa notte. Pubblico in piedi per il team dei rifugiati, che paradossalmente portano una bandiera. Anche la tribuna riservata alle personalità del mondo politico è in piedi: sorridono e battono le mani. Bisognerebbe rinfacciarlo a qualcuno, fuori dallo stadio.
Eppure, nell’emozionatissimo e emozionantissimo stadio di Maracanà, in quella piccola porzione di mondo, ci siamo quasi tutti e nonostante tutto. Si celebra, per una notte, la diversità del mondo. E Carlos Nuzman, che sale sul palco e prova a leggere un discorso in tre lingue, lui, alta carica di presidente del Comitato di Rio 2016, si mostra in mondovisione con la voce spezzata e le mani che tremano vistosamente dall’emozione, come un bambino interrogato alla lavagna quando non ha studiato. Accanto a Kipchoge Keino, che ritira il premio assegnatogli dal CIO e che fa una pausa ogni parola che dice perché non ha più saliva in bocca e non riesce a parlare, c’è una bambina ripresa involontariamente dalla telecamera che scherza con il bambino vicino, fregandosene allegramente della mondovisione. Eccoci qui.
Originally published at wordpress.com on August 7, 2016.