Sconfitti ma mai perdenti: cercando le parole si trovano i pensieri!

La Piazza di Social Proximity è una sfida: scrivere di Educazione

Scrivere è una delle più belle azioni dell’umano. Una delle più sincere e amabili. È una specie di impronta digitale dell’anima. Una traccia che trascende il tempo e lo spazio. Sa di tempo oltre il tempo. Memoria che non conta gli anni. Biografia che si disvela altruità. Lo spartito della Prossimità. Scrivere è tutto questo e altro ancora. Per un educatore scrivere dovrebbe essere esercizio normale e quotidiano. Roba con cui si è in confidenza come con l’amico al bar. Roba di cui non potere fare a meno. Di cui sentire bisogno e sollievo.

Scrivere, infatti, è cura. È attenzione, riguardo, sguardo, conforto. È sostegno, presenza, vicinanza. È condivisione. Scrivere è coraggio. Perché ci espone. Ci rende visibili al mondo. Scrivere è un rischio. Dice come la pensiamo. Per questo dice chi siamo. Da che parte stiamo. Scrivere è la voglia di voler contare e non solo assistere. Di volere essere in campo e non fare la riserva su una comoda panchina. Scrivere è mandare al diavolo la paura di non avere nulla da dire. Di vincere sulla vergogna che gli altri possano ridere di quello che scrivo. Di nascondermi dietro il paravento comodo di non avere mai tempo. Scrivere testimonia la stima che posso alla mia fragilità umana e alla bellezza dell’essere educatore. Scrivere è chiedere una mano senza mentire o pentirsi. Scrivere è lasciare tracce per farsi trovare. Scrivere è una goccia d’acqua che qualcuno aspetta per dissetarsi un po’.

Ma allora perché non scriviamo o lo facciamo col contagocce?

Provo, un po’ alla buona, a rintracciare qualche indizio senza alcuna pretesa azzeccarla giusta. Parto allora da una domanda un tantino provocatoria e burlona.

Quello che viviamo è tempo di scrittura?

La mia personale risposta è no. Non perché non se ne senta il bisogno. Bensì perché ne abbiamo silenziosa paura. Di che? Di non essere capaci. Di non essere all’altezza. Di non contare niente se non dietro uno schermo dove recitare proprio quelle parti che non siamo e mai saremo. Viviamo un tempo che ci vuole tutti assiepati e assopiti nella solitudine della moltitudine.

Un tempo amorfo che svilisce persino il senso ontologico delle parole. Le svuota dissipandone la significanza costata intelligenza e volontà secolari.

Oggi, ad esempio, partecipazione è soprattutto esibizione. Educare è innanzitutto conformare. Diversità è principalmente sospetto. Prossimità è intrusione, invasione e pericolo. In tale quadro lo scrivere è una delle azioni più trasgressive si possano immaginare. Non parliamo poi se lo scrivere inerisce il magma ribollente e confuso dell’educere di oggi.

In tale scenario la piattaforma Social Proximity può apparire persino temerariamente patetica. Vista la sua volontà di prestarsi quale approdo per quanti non intendono assopirsi nell’anfratto comodo e securizzante della moltitudine Social. Dove sei solo un click o tutt’al più un like. Educare rende unici e irripetibili. Per questo magari sconfitti ma mai perdenti. Scrivere definisce e testimonia questo al di là del tempo. Dove sprigiona e germoglia la Prossimità. Scrivere la nutre e coltiva. La rende viva, la rende oggi, la rende adesso!

Cosa aspetti ad andare contro il vento? Fai il tuo intervento sulla Piazza di Social Proximity!


Originally published at socialproximity.org on January 25, 2017.