Come trovare il tempo di leggere

È semplice: butta via lo smartphone.

(il mio sofisticatissimo telefono.)

Ho già espresso le ragioni per cui, secondo me, leggere libri dà senso alla realtà. Sono ragioni che sottoscrivo ancora oggi, ma da sole non bastano a convincere una persona, nel 2015, a leggere libri: volere non è quasi mai potere.

Vorrei condividere quindi quello che per me è il maggior “trucco”, anche se controverso, per avere tempo e voglia di leggere libri, oggi. Che è tanto banale quanto, solo all’apparenza, rivoluzionario.

Il trucco è non avere uno smartphone.


Io sinceramente non ricordo perché, ma, di fatto, io uno smartphone non l’ho mai posseduto. Se all’inizio c’entrava in qualche modo una sorta di snobismo tecnologico (e una componente significativa di tirchieria) posso dire onestamente che negli ultimi anni è stata una scelta più consapevole. Nel tempo, ho pesato i pro e i contro del possedere o meno un computer in tasca, e ho deciso che vivo meglio senza.

Il punto è che io non vivo in una grotta, non odio il computer, non detesto Internet. Di professione faccio il bibliotecario digitale, sono il presidente di un’associazione la cui mission è condividere la conoscenza e promuovere Wikipedia. Passo online dalle 8 alle 12 ore, ogni giorno, per lavoro e per svago.

Non odio internet: il mio problema è l’opposto. Come tutti, in internet trovo tutto, sguazzo in questo tutto, dando da mangiare ad un enorme demone personale che si nutre di caos e tabs e mail e tweets. Come sa chi dà da mangiare ai propri demoni, finisce sempre che i demoni mangiano te.


C’è da dire che per me la lettura è importante, lo è sempre stata, spero lo sarà sempre. Ne faccio un discorso di crescita personale, professionale, identitaria: faccio le gare con me stesso a leggere più dell’anno scorso, contando i libri che leggo, leggendo sia carta che digitale, non importa molto. Di fatto, riesco a leggere più di trenta libri l’anno, almeno dal 2010.

(il 2012 è stato l’anno di “A Song of Ice and Fire”, si vede.)

La cosa magica di non avere uno smartphone è questo misterioso campo di non-internet che ti circonda quando cammini. Tiri fuori il telefonino, gli tocchi lo schermo, e lui non fa niente, interattivo come un pezzo di ghisa.

E va bene così.

Cioè, so cosa mi perdo, ci sono cose del telefonino comodissime: le mappe, su tutto. La possibilità di fare cose se hai un’emergenza. È utile avere un pc in tasca, quando serve.

Il punto (per me, almeno) è che non è utile averlo in tasca quando non serve.

I telefonini si sono completamente mangiati il mercato della noia e dell’attesa. Le file alla posta o dal dentista o aspettando il treno. I tempi morti dei pendolari, in metropolitana o in tram. I viaggi, lunghi medi o brevi. Quello, una volta, ero lo spazio dei libri. Non sono mai riuscito a dimostrarlo, ma sono certo che esiste una correlazione positiva fra numero di lettori e città che hanno un sistema di trasporto pubblico efficiente e largamente usato.

Per come sono fatto io, ho bisogno di essere limitato, non abilitato a fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. È troppo comodo avere in tasca una siringa infinita di dopamina, e, per quanto mi riguarda, la comodità è sopravvalutata. La scomodità è quella che ci fa muovere il culo dalla sedia (letteralmente, in questo caso). Mi pare un controsenso logico volere divani sempre più comodi e poi lamentarci che stiamo troppo sul divano e ci fa male la schiena.

Fra l’altro, è uno dei motivi per cui preferisco di gran lunga l’ereader al tablet: la batteria dura una vita, lo schermo non luccica, e non va in internet. È un libro! Serve per leggere.

L’autodisciplina è un mito. Molto meglio i cari vecchi ostacoli di una volta.