Il caos inflazionistico davanti a noi

Le prospettive monetarie per gli Stati Uniti, e per il mondo, non sono mai state così nere come oggi. Il budget federale è in deficit di circa 200 miliardi di dollari all’anno e la possibilità che rientri in pareggio almeno entro 5 anni è molto remota. Al momento di questo scritto, il presidente e i leader della maggioranza al senato hanno elaborato un coraggioso piano di riduzione delle spese per l’esercizio fiscale del 1986, ma i parlamentari democratici hanno deciso di opporvisi anche se una maggioranza del senato dovesse essere favorevole, sulla base del fatto che in esso mancherebbe la “compassione”. Gli enormi deficit quindi probabilmente continueranno.

Quello che succede negli Stati Uniti, succede nella maggior parte degli altri paesi. I governi hanno praticamente tutti adottato il cosiddetto schema dello “stato sociale” e le forze politiche in ogni paese sembrano assicurarne la continuità. Schiere di gruppi di pressione, da quelli che ricevono sussidi di disoccupazione ai beneficiari della sicurezza sociale, reclamano la continuazione dei pagamenti a cui si sono abituati e il relativo progressivo adeguamento al costo della vita. Ma questo significa che più è grande l’inflazione passata e presente, maggiore sarà quella futura. E’ stato stimato sul New York Times del 28 aprile 1985 che in Israele l’inflazione si sia assestata al 1000% l’anno; il giorno prima si riportava di come l’inflazione in Argentina fosse attesa al 900% per lo stesso mese, e così via.

Mentre non c’è una singola fonte, a quanto ne so, dove si possa trovare un calcolo giornaliero delle ultime serie mensili o annuali dei tassi di inflazione per ciascuna delle principali valute mondiali, una mera lista ricavata dalla tabella dei tassi di cambio di queste verso il dollaro (che si deprezza a propria volta nei confronti dei beni reali) può dirci cosa accade veramente. Un dollaro (dal 26 aprile 1985) comprava 4.900 cruzeiro brasiliani, 1.186 rupie indonesiane, 932 sheckel israeliani, 2.001 lire italiane, 253 yen giapponesi, 246 peso messicani, 868 sole peruviane e 496 lire turche.

Si potrebbe pensare che quanto accada alle altre valute in giro per il mondo sia irrilevante per le prospettive di inflazione negli Stati Uniti o per un eventuale ritorno allo standard aureo, ma non è così: infatti, le ‘cattive valute’ danneggiano le valute migliori.

Questo principio si avvera grazie al sistema valutario di Bretton Woods, impostato tra il 1944 e il 1945. Gli architetti di questo accordo, dopo aver esplicitamente permesso non solo le svalutazioni da parte di singoli paesi in ogni momento ma anche svalutazioni uniformi di gruppi di valute in base ad accordi reciproci, resero omaggio all’idea dello standard aureo prevedendo che un solo paese, gli Stati Uniti, avrebbe mantenuto la convertibilità del Dollaro in una quantità fissa di oro e accettato altre valute in cambio di dollari, secondo i cambi ufficiali.

Quando il Dollaro fu reso inconvertibile in oro il 15 agosto del 1971, la responsabilità fu addossata al presidente Nixon che fece l’annuncio, tuttavia egli deve risponderne solo in parte poiché ben lungi dall’esserne unico responsabile.

Il giorno in cui sospese le conversioni in oro, le riserve d’oro degli Stati Uniti ammontavano solo al 2% della moneta circolante e dei depositi a vista e a scadenza: c’erano solo 2.23$ in oro per ogni 100$ di promesse di carta degli Stati Uniti.

Tutto ciò non tiene però in conto gli ‘Eurodollari’ circolanti o anche soltanto le monete ed i depositi circolanti in altri paesi sottoscrittori e partecipanti al sistema monetario di Bretton Woods (che avevano il diritto, secondo quegli accordi, di convertire le proprie valute in dollari o oro).

Le riserve d’oro reali e definitive sulle quali si poteva contare come base per il corso legale erano quindi probabilmente solo una frazione dell’1% del totale delle obbligazioni cartacee verso di esse. Gli accordi di Bretton Woods erano quindi intrinsecamente insostenibili e impossibili da rispettare. Anche se Nixon non avesse chiuso la ‘finestra’ di convertibilità in oro il 15 agosto del 1971, sarebbe stato forzato a farlo una settimana dopo o giù di lì, per mancanza di ulteriori riserve d’oro necessarie a mantenere gli impegni di pagamento.

Quella che nel 1971 fu una corsa all’oro, nel 1986 (anno in cui l’autore scrive — NdT) è diventata una corsa al Dollaro. In termini della sua convertibilità in beni reali, il Dollaro continua a svalutarsi sempre più, ma ciononostante è considerato la meno insicura tra le valute di cui esista ampia offerta. Per questo motivo, gli uomini d’affari e le persone più ricche dei paesi esteri continuano a usarlo come valuta di scambio internazionale e riserva di valore, o quantomeno come migliore protezione contro la svalutazione se raffrontato con le rispettive divise nazionali. Questo fenomeno ha temporaneamente incrementato la domanda di dollari e quindi ha sostenuto il suo tasso di cambio rispetto alle altre valute, tuttavia ne ha anche incentivato ulteriormente l’offerta: in parte per soddisfare l’aumentata domanda, in parte perché gli effetti delle nuove immissioni non si sono immediatamente riflessi in un aumento proporzionale dell’indice dei prezzi al consumo.

Questo è però processo deleterio poiché comporta che, in un mondo di sole valute cartacee irredimibili, i cittadini dei paesi con valute più inflazionate cercheranno di convertirle in altre meno svalutate, portando quest’ultime ad accelerare la propria inflazione. Il peggiore trascina con sé il migliore.

Mi piacerebbe poter prevedere un punto di arresto di questo processo, in forma di un sussulto di responsabilità politica, ma sfortunatamente nulla appare all’orizzonte. Non riesco proprio ad immaginare come i politici delle nostre democrazie, con lo sguardo sempre rivolto al ristretto orizzonte di elezioni a 2 mesi, o massimo a 2 anni, possano costringersi a ridurre, se non saggiamente ad abolire completamente, le elargizioni di stato a tutti i gruppi di pressione che costituiscono la platea del cosiddetto “stato sociale”.

Dobbiamo inoltre chiarire un punto: c’è solo una riforma monetaria possibile ed è il ritorno di tutte le principali nazioni del mondo a quel sistema di standard aureo che appare così vetusto ai più. Non ci sono altre riforme complicate o “trucchetti” per “economizzare” l’impiego dell’oro: esse, come gli economisti hanno scoperto, porterebbero solo a nuova inflazione ed al crollo delle valute stesse. Nemmeno si potrà cominciare a parlare di un ritorno allo standard aureo fino a quando gli Stati Uniti non riusciranno ad azzerare il deficit federale e a mantenere il proprio bilancio in pari o in surplus per almeno un paio di anni.

Quando il mondo imparerà che l’inflazione non è la cura dei mali economici ma ne è una delle cause principali? C’è da chiederselo dopo gli innumerevoli esempi di cicli di espansione e recessione economica susseguitisi nella storia, come la rivoluzione dovuta al Continental americano del 1776, gli Assignats Francesi del 1789, il disastro del Marco tedesco del 1918–23 e il disordine monetario provocato dagli accordi di Bretton Woods.

Saggio di Henry Hazlitt su Mises.org

Traduzione di Andrea Coletta

tag: dollaro, henry hazlitt, inflazione, moneta, oro, standard aureo


Originally published at vonmises.it on January 28, 2015.

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