Nessuna donna è sola

La Force

In macchina eravamo in tre. Tre donne di tre generazione diverse,

legate da un legame eterno ma sottile, che ogni tanto sembrava cedere.

Tre donne, tre figlie, due madri, una nonna.

Questa straordinaria forza è un pozzo a cui non devo dimenticarmi mai di attingere.

Una forza che parla di autonomia, di coraggio, di fiducia in se stesse e nella propria capacità di farcela, anche da sole.

La stabilità del proprio centro, la sofferenza che si nasconde, perchè

la sofferenza non può vincere.

Eravamo in una macchina del tempo, io e mia madre portavamo la nonna nella sua tanto amata Francia, nella terra dei fenicotteri.

Lei aveva voluto fare questo viaggio.

Io l’avevo preso come un viaggio introspettivo.

Ero per niente sicura, molto in bilico e del tutto confusa. Ma ero dentro a una grandissima avventura. Quella della scoperta di me e di tutti i miei desideri.

Quell’aria di grandi sacrifici che sentivo sempre in loro presenza, la detestavo, mi sembrava cosí lontana da me.

Guidavo tra le paludi, i boschi, con mia nonna sempre davanti, attaccata alla maniglia della portiera, con gli occhiali scuri, il profilo adunco, in silenzio e pensierosa.

È così che me la ricordo sempre.

Anche quando da piccola mi portava a Parigi, alla guida il suo fedele compagno, mio nonno, che parlava poco e fumava molto.

Lui con la sua coppola e l’adorazione per il vino e la sua Citroen rossa fiammante, che quando aveva voglia di parlarmi mi raccontava sempre la stessa storia, di quanto la sua macchina fosse bella come una mela, bianca dentro e rossa fuori.

È cosí semplice dunque la bellezza?

Mio nonno non c’era più all’epoca di questo viaggio. Alla guida della Citroen, blu scura, c’ero io.

Mi sentivo un pò nonno, un pò padre, un pò compagno. Poco figlia.

Un anno dopo anche mia nonna sarebbe scomparsa, non senza combattere.

Psicologa junghiana, mi ero allontanata da lei crescendo, temevo la sua analisi profonda, mi limitavo a raccontarle di sogni in cui ogni tanto spuntavano fiorellini blu, e lei, forse intuendo, si limitava a reinterpretare, senza fare domande.

Quel viaggio di 9 anni fa segnava la fine di un ciclo.

E io avrei fatto esperienze che mi avrebbero cresciuto, fino al desiderio di voler raggiungere quella loro forza, indipendenza, diversità rispetto ai modelli preimpostati, ma anche posticci, che forse senza neanche volerlo, mi avevano tramandato.

Mi sono solo limitata a reinterpretare.

Quel coraggio di rompere con le tradizioni.

Come la mia bisnonna, che si ribellò al volere paterno e sposò un italiano cattolico, girando le spalle a tutte le dottrine che le chiedevano fedeltà, a costo di essere maledetta, per iniziare a commerciare viti attraversando l’Europa in una macchina con l’autista.

Ero anche il suo autista.

Non ti sposare mai, mi diceva sempre mia nonna. La tua libertà è il bene più grande che hai.

E la libertá, qualunque forma essa prenda nel cuore, nel corpo di una donna, è talmente cara, ma talmente ricca. L’intensità può piegare. E può anche radicare.

E cosí, scendendo dalla macchina per una sosta, i miei occhi hanno visto altri occhi. Dopo essersi fissati per qualche secondo, senza parlare, comprendendo di essere uno specchio gli uni per gli altri, in silenzio si sono detti di non avere paura, qualunque cosa fosse questa forza che sentivano.

E poco dopo, guardando a lungo un torrente scorrere, ho capito il senso di quello scambio.

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