Ho 26 anni, due lauree inutili in storia, non ho un lavoro, non ho prospettive, non ho una ragazza. Non ho nemmeno un automobile.

Non devo, tuttavia, scoraggiarmi. La società moderna mi insegna che a questo punto non dovrei buttarmi giù, dovrei dirmi che valgo molto di più di quel che credo io e gli altri, che devo rimboccarmi le maniche e combattere per il mio futuro.

Inizio col cercarmi un lavoro: cameriere, Mcdonalds, commesso, centralinista.

Part-time o tempo pieno, provvigioni o fisso mensile più percentuale.

Possibilità di carriera in un ambiente giovanile e dinamico.

Ora potrei mettere da parte dei soldi per comprare dei vestiti nuovi, togliermi qualche sfizio, iscrivermi in palestra; in un paio di mesi potrei addirittura risparmiare così tanto da potermi comprare un auto usata.

Realizzato, potrei cercare una ragazza che mi piaccia sufficientemente e mettermici insieme. Ma solo se lei fosse disposta a sopportare l’idea di stare con me e di girare su un auto vecchia e rumorosa.

Ma tanto cosa importa? In futuro potrò prenderne sicuramente una più comoda e più metallizzata in comode rate mensili.

Felici e contenti, andremmo in Spagna e poi a Londra ( la città vale quanto e più l’intero stato, a quanto mi dicono).

Ma è giunta l’ora di crescere, di far carriera, però. Altrimenti come posso sentirmi responsabile del mio futuro? La scelta è amletica (per quanto Amleto avesse già deciso in cuor suo il da farsi): nuovo lavoro o avanzamento di livello? Ricominciare o sopportare ancora?

Fatta la scelta, si va. Sono lanciato in un sicuro futuro che non avrei mai pensato di fare, che non avrei mai preso in considerazione. Scopro, però, che alcune cose non mi vanno giù. Mia moglie con i suoi capelli e le sue borse in giro per casa. Il traffico in centro. I week end che ritornano sempre. Le serate sul divano. Anche i piccioni iniziano a infastidirmi. Forse dovrei riprendere in mano la mia vita e dedicare u po’ di tempo a me stesso. In fondo ora ho i soldi per seguire i miei sogni. Ma col lavoro come faccio? Non che mi piaccia ma ormai guadagno quanto mi serve per vivere. Ho le rate dell’auto ancora da scontare. E mia moglie non sarà perfetta ma nemmeno io lo sono, giusto? No, non lo sono perché ho scelto cose che non volevo. Beh, la vita è fatta di sofferenze. L’ho letto in quel libro l’anno scorso. O l’anno prima. Ma si, in fondo posso sempre prendermela con calma. Devo solo imparare a godermi di più le cose. Magari dopo posso passare in libreria e finire Proust. Ah no, sai il traffico a quest’ora? Vabbè, passerò domani dopo il lavoro.

Ormai ho 37 anni e non ricordo più il motivo per cui ho iniziato a scrivere questo post.

Mi è stato insegnato questo fin da piccolo: se voglio, posso esaudire i miei desideri. In tutto questo movimento, però, non ho letto nemmeno una volta una parola che mi rendesse felice. Era davvero questo quello che volevo dalla vita?

La società moderna ha tenuto conto dei miei desideri, delle mie aspirazioni? Io ne ho tenuto conto?

“Realizza i tuoi desideri”, mi dice una pubblicità dalla radio del supermercato. Ma quali sono? Tu lo sai, voce alla radio? No, a quanto pare.

Ho il forte sospetto che la società ci dica di realizzare solo i desideri che coincidono con i suoi. Il mondo ci vuole impegnati, a qualunque livello, a lavorare, a guadagnare, a spendere per comprare cose che in realtà non ci servono. Il desiderio del nostro mondo è che noi ci inseriamo in esso e che ci stiamo bene. Perfino l’arte, la sterile arte, è entrata nell’addome del mondo moderno. Io creo per essere pagato. O per essere visto, e poi pagato.

Dire che se voglio realizzare i miei sogni devo scendere anche a dei compromessi è di per sé un controsenso: i sogni sono tali proprio perché non conoscono compromessi con la realtà.

A 26 anni dovrei lavorare in un call center nell’attesa che lo stato sblocchi un concorso per farmi insegnare. Dov’è la mia dignità, in tutto questo? Qualcuno si è mai posto il problema del se possa piacermi o meno?

Il tempo è l’unico capitale di cui disponiamo interamente e sempre: dovrei sprecarlo facendo cose che non mi piacciono? Il discorso non verte sul non voler lavorare, ma solo sul bisogno che abbiamo di poter fare davvero ciò che ci piace. Chi mi ridarà le ore perse in sette mesi di lavoro?

La pubblicità sullo schermo del mio telefonino mi invita a non arrendermi: in realtà mi dice di non arrendermi perché prima o poi troveranno un posto anche per me. Ma io non so se accetterò.

Ho ancora 26 anni adesso e sono giovane, e proprio per questo sento il peso di questa scelta.