Il paese “cattivo” che crea crescita e lavoro
A quale prezzo?

(The Italian Job Newsletter)

Il mondo assiste agli strabilianti dati positivi che gli Stati Uniti snocciolano ormai da mesi, quasi con tronfia fierezza: la disoccupazione è ai minimi storici, i salari risalgono e c’è costante crescita della produzione interna al paese. Le imprese manifatturiere che erano in difficoltà finalmente ripartono.

E noi non capiamo. Non capiamo come qualcosa di positivo, la crescita, possa conciliarsi o persino essere il frutto di una politica chiusa e razzista promossa da un presidente odiatissimo dalla sinistra “da salotto”, ma compreso benissimo invece dalla base, dalla gente: da chi lo ha votato perché realizzasse delle promesse.

La pericolosità di Trump è proprio questa: fa quello che ha promesso, con ogni mezzo e a ogni costo. Dimostrando che dialogo e confronto non servono.

A noi che dall’Europa sbirciamo quel mondo libero da vincoli, da Commissioni, da tetti al bilancio, da una burocrazia asfissiante, dà fastidio doverlo ammettere (o, a seconda dei casi, stimola la reazione di rivalsa e ci fa dire: “visto? Funziona!”).

Se i dati sono positivi, se il lavoro cresce, e crescono i salari, è per merito anche di questo atteggiamento chiuso, e autoritario? Dell’assenza di lacci? Sì, in parte lo è.

L’economia non dipende da un uomo solo al comando, chiaramente. Ma quest’uomo può decidere come influenzarla. Chi è autoritario e si impone, impone anche le misure che vuole: dazi, sblocco di vincoli ambientali, norme che favoriscono il lavoro dei cittadini e non degli immigrati. Quelle che soddisfano un desiderio immediato. Libero.

Ma chiediamoci a quale prezzo. A ogni segno più accanto al Pil e alla busta paga sembra corrispondere un segno meno sul futuro delle persone. A quale prezzo vedono crescere il loro benessere? A quale prezzo interi settori dell’economia stanno ritrovando slancio?

Gli operai lavoreranno sempre più in città in cui quel poco di tutela sanitaria che era stata estesa, continuerà a essere un privilegio e non un diritto.

I loro figli dovranno pagare un debito pubblico salito, quest’estate, a 21,21 mila miliardi: il 7% in più rispetto al 2017. Studieranno, come accade oggi pur tra mille difficoltà, ma aumenterà il divario già esistente tra chi potrà permetterselo e chi no.

La tutela dell’ambiente è un pallido ricordo, perché chi ha sostenuto il presidente ora chiede il conto e nel conto c’è la cancellazione di quei vincoli e di quei lacci che davano fastidio alle grandi corporations ma erano necessari per proteggere gli ecosistemi, l’aria, la salute.

Poi, c’è anche un prezzo umano: le frontiere chiuse, i bambini separati dalle madri e dai padri alle frontiere, la recrudescenza del razzismo, la violenza propagandata sempre e comunque.

Tutte cose permesse e perpetrate già dal precedente governo e che con il lavoro e l’economia non c’entrano nulla, almeno non direttamente, ma che Trump ha inasprito e fieramente sviluppato come il corollario positivo del piglio autoritario: se vuoi quello che mi hai chiesto, devi sostenere anche tutto il resto.

Non c’è una correlazione diretta tra autoritarismo e crescita, ma sappiamo che ce n’è una tra l’assenza di un’umanità competente nelle scelte politiche, e il peggioramento della qualità della vita, del lavoro dell’economia.

Molte delle misure adottate dal Governo USA non stanno affatto arricchendo gli operai. Gli americani se ne sono accorti e per questo più della metà di loro ieri, per le elezioni di medio termine, nei sondaggi ha dato un giudizio negativo sulle politiche di Trump e riconsegnato la Camera in mano ai democratici.

Anche non scegliere, non difendere ma abbandonare, come ha fatto chi ha preceduto Trump e come stanno facendo molti politici in Europa, è un atteggiamento da condannare, perché è il negativo della stessa immagine: quella di un dialogo assente, di orecchie tappate per non sentire i bisogni e non ascoltare le ragioni di chi grida aiuto. Di chi ha perso il lavoro, la speranza di crescere.

Non importa da come la si guardi, quell’immagine ha in sé qualcosa di disumano che né i soldi in più portati a casa né la stabilità conquistata possono cambiare: perché è la fotografia di una prosperità-lampo, ottenuta al prezzo di zero tolleranza, meno diritti, meno soluzioni condivise nate dal confronto e al prezzo di maggiori difficoltà per il futuro. Una società senza senso. O meglio: a senso unico.