«Duri e spietati, certo / ma gli scudi sono cieli stellati»
L’esposizione del noto artista genovese Marco Alberto Olivieri presso Banca Fideuram


Dal 12 al 26 luglio 2018 la sede genovese di Banca Fideuram ha accolto una serie di quadri firmati da Marco Alberto Olivieri. Le opere, provenienti anche da collezioni private, sono state collocate lungo i corridoi della banca, destando la curiosità di clienti e frequentatori abituali: questo perché una banca è una sede inconsueta per una mostra d’arte.
All’inaugurazione hanno assistito circa sessanta persone, fra uomini del mondo della finanza ed estimatori di opere d’arte. All’evento è stato invitato anche il famoso critico d’arte contemporanea Silvio Seghi, il quale ha illustrato ai presenti il significato nascosto dietro alle enigmatiche tele di Olivieri.
La location: Villa Allgeyer-Fuckel
Il palazzo che ha ospitato l’esposizione pittorica è conosciuto anche con il nome di Villa Fuckel ed è uno dei complessi architettonici più maestosi del quartiere di Albaro.
Situata in Via dei Maristi 2, la villa seicentesca è stata nel 1728 di proprietà del 148° doge della Repubblica di Genova Gerolamo Veneroso, per poi passare nelle mani della famiglia tedesca Fuckel agli inizi del Novecento. Essendo i Fuckel cittadini germanici, hanno subito il sequestro dell’immobile durante la Grande Guerra, per poi riottenerlo nel corso del primo dopoguerra.
Successivamente, il complesso è divenuto di proprietà dei Fratelli Maristi, che ne hanno fatto la sede dell’Istituto Champagnat fino al 1994. Solamente a ottobre del 2001, dopo un massiccio lavoro di restauro, la villa è diventata la nuova sede genovese di Banca Fideuram.
L’abilità dei restauratori è emersa proprio nella capacità di riportare il palazzo al suo antico splendore seicentesco: i tre piani della villa conservano un je ne sais quoi di regale, austero. Questa sensazione è certamente da ricondurre anche alla presenza di soffitti finemente affrescati e imponenti scalinate marmoree.






La mostra d’arte all’interno di una banca: le motivazioni del Regional Manager di Fideuram
Oltre all’ambientazione suggestiva e affascinante costituita da Villa Fuckel, esistono altre motivazioni ad aver portato all’inserimento di opere pittoriche all’interno della banca.
Per scoprire le origini di questa iniziativa ho voluto incontrare il Regional Manger presso la sede genovese di Banca Fideuram, Luca Barbagallo. Ho fissato un appuntamento con lui, che si è dimostrato estremamente disponibile nel rispondere alle mie domande e parlarmi della giornata del 12 luglio, durante la quale si è tenuta la cerimonia d’inaugurazione della mostra.
D: Com’è che un uomo di finanza come lei decide di avvicinarsi all’universo dell’arte e organizzare una mostra?
«Da qualche tempo abbiamo iniziato delle attività di diversificazione di proposte e di incontri a favore della clientela che non fossero necessariamente rivolte al mondo della finanza. Abbiamo anche pensato che, in contesto logistico come quello di questa villa importante per Genova, molto conosciuta e apprezzata, sarebbe potuto essere interessante organizzare qualcosa di ancora meno finanziario. Abbiamo quindi deciso di dare spazio alla divulgazione del lavoro di artisti contemporanei e locali.»
D: Nel concreto, com’è nata questa iniziativa e perché la scelta è ricaduta proprio su Marco Alberto Olivieri?
«Diciamo innanzi tutto che questo è stato un vero esperimento, visto che siamo partiti praticamente da zero: grazie all’attivazione di alcuni miei collaboratori, siamo riusciti ad individuare un pittore che riuscisse a trasmettere qualcosa che ci potesse piacere. Le opere che Olivieri ci ha mostrato ci sono piaciute particolarmente — nell’arte, si sa, i gusti sono totalmente personali — e abbiamo deciso di dare spazio all’esposizione. A quel punto tutto è stato in realtà molto facile, perché col pittore ci siamo trovati subito d’accordo nell’organizzare un percorso espositivo itinerante e la villa si presta particolarmente bene a questo genere di iniziativa.»
D: Che le è parso della giornata di inaugurazione della mostra?
«Si è trattato di un’esperienza molto positiva. Durante la presentazione dell’evento abbiamo invitato un famoso critico genovese, Silvio Seghi, a presentare l’autore. Marco Alberto Olivieri, parecchio introverso, non ha parlato molto, anzi: è rimasto un po’ in disparte. Nel complesso si è rivelata una serata molto piacevole.»
D: L’inaugurazione ha attirato parecchie persone?
«Sì, ha attirato molta gente, nonostante l’evento sia stato organizzato a ridosso delle vacanze, quindi molte persone non sono potute essere presenti. Abbiamo ricevuto sessanta persone, ma probabilmente se avessimo organizzato la mostra fra settembre e ottobre ne avremmo avute molte di più.»
D: Crede ci sarà occasione di ospitare altre iniziative di questo genere o addirittura esposizioni future dello stesso Olivieri?
«Nel futuro pensiamo di ripetere l’esperienza con altri autori, organizzando eventualmente anche un paio di giornate di incontro con l’artista. Per “diversificare”, che è un termine molto finanziario che noi utilizziamo spesso, la nostra intenzione è quella di cambiare ogni volta il pittore. La divulgazione è vera divulgazione quando si riescono a toccare più argomenti, quindi, seppur rimanendo all’interno dell’arte, la nostra intenzione è quella di coinvolgere più artisti.»
D: Nelle due settimane in cui i quadri sono stati esposti, pensa abbiano attirato l’attenzione e l’interesse dei frequentatori abituali o che siano passati piuttosto inosservati?
«Siamo riusciti a registrare un paio di fenomeni particolari: in primo luogo l’attenzione di tutti i clienti abituali che, non abituati a trovare un’esposizione, l’hanno apprezzata e hanno colto l’occasione per fare un giro della villa. Poi abbiamo ricevuto anche la visita di qualcuno che è venuto appositamente per vedere la mostra di Olivieri.»
D: Può ritenersi soddisfatto di come si è svolta questa iniziativa?
«Certamente, è stata un’esperienza dal bilancio molto positivo. Come per tutte le prime esperienze, abbiamo tratto un mucchio di spunti per fare meglio la prossima volta, ma è quello che ci prefiggiamo sempre di fare: ogni nostra attività deve essere tesa a migliorare quella precedente, per cui anche in questo caso ci sarà la possibilità di fare sempre meglio.»
Video dell’intervista a Luca Barbagallo:
Una vita per l’arte: le parole di Marco Alberto Olivieri

Intervistare un grande artista, per una persona appassionata di arte, è un’opportunità unica. È una grande ricchezza poter scambiare qualche parola con il pittore Marco Alberto Olivieri, un uomo umile e cordiale, in grado di mostrarsi estremamente disponibile a raccontare qualcosa della sua vita e della sua carriera artistica.


D: Come ha scoperto la sua passione per la pittura e qual è stato il suo primo approccio con essa?
«Molte cose, a dir la verità, risultano ignote anche a me. Io nasco da una famiglia di commercianti e non ricordo di nessuno che fosse pittore, architetto o comunque del settore; e ciò già di per sé mi sembra strano. Quando avevo circa sette o otto anni, come tutti i bambini alle elementari, disegnavo. Successivamente, ho iniziato a prendere dalla libreria del mio fratello maggiore alcuni volumi di arte e ho cominciato a ricopiare i quadri — ricordo molto bene La stiratrice di Picasso. Il motivo, lo stimolo che mi ha spinto a cercare quelle fotografie di opere d’arte e ricopiarle, è tuttora per me un mistero.»
D: Scoperta questa sua vena artistica, ha poi orientato i suoi studi di conseguenza?
«Certo, la scoperta della pittura ha condizionato tutta la mia vita e i miei studi. Diciamo anche che questo mio interesse per l’arte mi ha complicato le cose. Dopo i regolari studi in collegio, quando la mia passione per il disegno ha iniziato a farsi più profonda, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti: qui ho avuto l’onore e il piacere di conoscere grandi artisti genovesi, come Borella, Fieschi e Giacometti. Appassionatomi poi all’architettura ho orientato i miei studi verso questa facoltà e facendone una professione - tutto ovviamente mantenendo sempre un legame con la pittura.»
D: Ritiene che per un giovane aspirante pittore sia necessario ottenere una formazione studiando all’Accademia di Belle Arti?
«No, non lo reputo affatto necessario. Io ho deciso di studiare all’Accademia per approfondire la storia dell’arte e della pittura, ma questa non è l’unica strada percorribile. Nel tempo ho conosciuto pittori di piccola, media, grande fama, ma di provenienze completamente diverse: alcuni erano persino primari in ospedale, incontrati soprattutto durante la mia esperienza parigina. Persone, insomma, che avrebbero potuto fare qualsiasi cosa nella vita, ma poi sono divenuti pittori.»
D: Ha parlato degli studi in architettura: il suo essere architetto ha influito, a suo parere, sul suo modo di dipingere?
«Sì, per me l’architettura è stata una componente artistica fondamentale, anche il mio approccio è sempre stato quello molto primordiale dell’architettura intesa come “concezione degli spazi”. Ad interessarmi e influenzare le mie opere era quindi la parte concettuale. Nonostante non fossi un brillante tecnico — mi sono sempre affidato a ingegneri — ho inteso sempre e comunque l’architettura come il punto di partenza di tutte le cose cui mi sono approcciato. Esiste una differenza abissale fra l’architettura e un quadro: un dipinto è libertà totale e il soggetto che dipinge gode appieno di questa libertà. L’architetto no, di libertà ne possiede davvero poca.»
D: Nel momento in cui si approccia al suo prossimo dipinto e si trova davanti alla tela bianca, come avviene l’atto della creazione? Lei ha già in mente il titolo delle opere o lo sceglie dopo?
«Quello francamente è il momento peggiore, anche perché il desiderio di dipingere è costante e quando siedo davanti a una tela, soprattutto di dimensioni importanti, per un attimo mi trovo in difficoltà. È l’equivalente del “panico da foglio bianco” degli alunni che devono scrivere un tema in classe, ma io rompo la verginità della tela con la consapevolezza che potrò sempre riutilizzare quel materiale in un secondo momento. Esistono pittori che hanno progetti precisi, ma questo non è il mio caso. Il mio unico progetto preciso è il titolo: quando inizio a dipingere, ho già in mente un nome per la mia tela. Poi che quel titolo si mantenga non è detto, il bello del dipingere è che l’idea può cambiare in corso d’opera. È un po’ un cercare e un trovare.»
D: Lei era presente alla giornata d’inaugurazione dell’esposizione: di cosa si è discusso e che tipo di esperienza è stata nel complesso?
«Per quanto mi riguarda è stata un’esperienza molto positiva. Io ho guardato le cose un po’ dall’esterno: data l’estrema competenza del critico Silvio Seghi e sapendo che lui avrebbe presentato i miei quadri, ho ritenuto che la mia presenza non fosse necessaria. Purtroppo sono incapace di parlare dei miei stessi quadri. Ad ogni modo, sono rimasto molto colpito dall’ambientazione e dalla grande affluenza di persone. Non si vede spesso che i visitatori seguano il critico in giro per la mostra per ascoltare le sue spiegazioni, ma questa volta è accaduto e mi ha riempito di gioia. Ho ottenuto anche dei buoni consensi per quanto riguarda l’apprezzamento delle opere, quindi è stato tutto estremamente positivo.»
D: Duri e spietati, certo / ma gli scudi sono cieli stellati: potrebbe chiarire il titolo enigmatico dato a questa mostra?
«Sono versi scritti da me. Personalmente amo i cieli stellati, li trovo magnifici e mi piace perdermi con lo sguardo nell’immensità degli astri. I cieli stellati sono perpetui e costanti: ci sono sempre, qualunque cosa accada. Noi possiamo vederli o non vederli, magari a causa delle nuvole o della nostra incapacità di guardare più in là del nostro naso, ma sappiamo che ci sono. Ne ho disegnati parecchi e poi ho cominciato a inserirli all’interno di quadri i cui soggetti erano tutt’altro che “stellari”: quegli angoli di cielo per me rappresentano una certezza, nonostante tutto.»
D: Che cosa significa per lei “dipingere”?
«Per quanto riguarda me, credo che la pittura sia una grande consolatrice. Consolatrice, ma non consolazione: nel senso che essa è una compagna straordinaria — con tutto il rispetto per le compagne di altra natura, per l’amor del Cielo! — in quanto sempre presente. In ogni momento buio che mi sono trovato ad affrontare, di fronte a qualsiasi ostacolo comparso lungo il cammino della mia vita, lei c’è stata.»





«L’arte contemporanea non è per tutti»: l’intervista al critico Silvio Seghi
Silvio Seghi, noto critico d’arte genovese, ha presentato i quadri di Olivieri durante la giornata di inaugurazione della mostra. Con lui ho parlato della sua professione e dell’arte del nostro secolo.

D: Quanto è importante, ma soprattutto quanto è impegnativo fare il critico d’arte contemporanea?
«La scelta di svolgere questa professione nasce, nel mio caso, dal mio amore e interesse per l’arte: giornalmente io parlo d’arte e leggo articoli sulla pittura, perché è necessario essere continuamente informato. Non è una cosa che io forzo, ma va da sé, un po’ come l’artista sente il bisogno di dipingere e il ballerino di ballare. Il mio lavoro è difficile, perché è l’arte contemporanea ad essere difficile: si presuppone che chi si ponga davanti a opere simili abbia una buona conoscenza della storia dell’arte per poter essere in grado di apprezzarle. L’arte contemporanea non è per tutti.»
D: Quelli di Olivieri sono quadri informali, quindi piuttosto difficili dal punto di vista della comprensione di un pubblico: di fronte all’arte figurativa non abbiamo dubbi su quanto l’artista voglia esprimere, ma con l’Informale cosa accade?
«Di fronte a quadri informali, come quelli di Marco Alberto Olivieri, ogni interpretazione e sensazione che proviamo guardando la tela è soggettiva. Sicuramente La Pietà di Michelangelo è un’opera chiara, perché in quel secolo la descrizione era fondamentale. La grande arte contemporanea invece ha abbandonato questa tendenza al racconto. Essa esige e pretende che una persona si ponga di fronte a lei conscia e consapevole di cosa sia l’arte contemporanea. L’arte contemporanea non è mai facile. L’arte contemporanea impone che il fruitore sappia, che possieda un determinato tipo di cultura che gli consenta di comprenderla e apprezzarla.»
D: Quali caratteristiche deve possedere un artista per emergere nel panorama contemporaneo?
«Negli anni ho conosciuto tanti artisti e quando mi trovo di fronte a un grande pittore lo capisco subito. L’artista — quello vero — è una persona che tende a collocarsi ai margini di una società che non concepisce e non accetta, in una condizione borderline. Quando incontro grandi artisti ritrovo in ognuno di loro la stessa nota di disapprovazione, di malessere, di disturbo nei confronti di ciò che li circonda; un’inquietudine di fondo che li agita come canne al vento. Hanno cercato e trovato, nel dipingere, il vero Paradiso. molti di loro hanno dato l’anima — e alcuni persino la vita — per raggiungere questo stato e poter esprimere quello che provavano.»
D: Qual è la peculiarità di un artista come Marco Alberto Olivieri?
«Olivieri è quello che io considero un grande artista e mi rammarico che non abbia ancora ricevuto, a livello internazionale, il successo che merita. Sicuramente il suo tratto principale è la sensibilità: i grandi artisti — tra i quali metto anche Marco Olivieri — possiedono una sensibilità che non permette loro un momento di tranquillità, che non li rende mai appagati. Hanno una delicatezza che è in realtà un continuo squilibrio, un perenne navigare in un mondo del quale non colgono quegli aspetti come la competizione, l’interesse personale, il mito dell’esteriorità.»
D: Duri e spietati, certo / ma gli scudi sono cieli stellati: che cosa significa questa metafora?
«Quando una persona nella nostra contemporaneità vive nello stato di incertezza, ansia e rifiuto di cui parlavo, si deve attrezzare. L’artista deve diventare spietato, esattamente come tutti noi. Ci difendiamo con quelle stesse armi che ci hanno permesso di costruire la nostra persona e i nostri sono scudi di arroganza, di presunzione, di urla e grida. L’artista non è come noi e Olivieri ce lo dimostra dicendo che i nostri scudi sono in realtà cieli stellati. Ciò significa che la poesia e l’arte sono la nostra vera difesa, sono la risposta all’arroganza di questa società che non permette a niente e nessuno di esprimere ciò che porta dentro. L’artista vive di questo: egli non mette da parte la propria sensibilità, ma la manifesta nell’arte.»



