Il giorno che ho conosciuto il razzismo

Quando abbiamo lasciato il paesino affacciato sul mare per andare in Inghilterra avevo solo 8 anni, mio fratello 4.

Eravamo migranti di lusso: mio padre lavorava per una multinazionale, l’azienda lo aveva trasferito per favorire il suo percorso di carriera, gli offriva una casa, scuola americana i per figli, lezioni di inglese per favorire l’integrazione. Era la fine degli anni 70, si affacciavano rampanti gli 80.

Il primo giorno di scuola, quando la maestra rallentò alla mia velocità di comprensione per chiedermi se fosse tutto chiaro, mi ricordo di aver farfugliato “I don’t know” — non lo so — perché “I don’t understand” — non capisco — mi sembrava troppo difficile da dire.

Però la scuola era immersa in un parco fantastico, avevamo giochi di legno all’aperto, facevamo ginnastica musica e arte tutti i giorni, e ancora ricordo una gita molto divertente in uno stagno, sommersi di fango a raccogliere campioni da vedere al microscopio. I miei compagni venivano da tutto il mondo: facevamo la raccolta di pennies per i rifugiati dalla Cambogia ed eravamo in ansia per lo scoppio della guerra in Pakistan, il paese della mia compagna di banco. E poi c’era il pulmino che ci veniva a prendere, con l’autista sudamericano che alla fine del giro, quando rimanevamo soltanto una coppia di ragazzini dalla Nigeria ed io, accelerava all’approssimarsi dei dossi e noi, stipati e ridenti in fondo alla vettura, saltavamo urtandoci mentre cantavamo a squarciagola “Video killed the radio star”.

Eppure il primo giorno che con mio fratello siamo usciti per andare a giocare nel parco sotto casa, una bella casa a metà tra la casa dei Robinsons e quella dei Bradford, siamo tornati in lacrime.

Alla richiesta di mia madre di spiegare cosa fosse successo ci vergognammo a morte nel dire che i bambini non avevano voluto giocare con noi perché eravamo italiani.

Quattro ragazzetti molto inglesi ci avevano urlato “Italiano, Pizza Mandolino”, gli “Italiani non si lavano”, gli “Italiani rubano”: ci escludevano a causa di qualcosa che oggettivamente non dipendeva da noi e di cui fino a quel momento non eravamo neanche tanto consapevoli.

Sì, certo, sapevamo di parlare un’altra lingua e di essere vissuti fino ad allora in un altro posto. Però questo non ci sembrava sufficiente per considerarci diversi, diversi al punto che qualcuno non volesse giocare con noi.

Ci sentivamo curiosi, disponibili, pronti ad imparare nuovi giochi e nuove regole, persino una nuova lingua. Eppure non importava, non ci volevano a prescindere: per quello che eravamo, per quello che pensavano che fossimo, per quello che ci facevano scoprire di essere.

Una sensazione di rifiuto terribile.

Di quel giorno ricordo mia madre uscire di casa, inseguire i teppistelli e rimetterli al loro posto nella lingua universale delle mamme del mondo.

Poi, di quei mesi in Inghilterra, ricordo tante cose belle, di aver conosciuto tanta gente, di essermi fatta degli amici, di essere andata via in lacrime mentre con una retorica tutta americana i miei compagni di scuola mi cantavano “because she is a very good fellow”.

Insomma si era trattato di un episodio isolato che non avrebbe influito in modo importante nel mio futuro di donna bianca europea e privilegiata.

Eppure ancora oggi quando vedo qualcuno che lascia libero un posto sulla metro perché non vuole sedersi vicino ad un migrante oppure a un Rom, quando sento in tv chi distingue tra rifugiati e migranti economici e dice “dobbiamo difenderci e rispedirli a casa loro che qui non c’è posto”, quando vedo le facce di certi bambini spaesati nei campi di accoglienza, quando mi sottopongono a certe barzellette che non fanno ridere e che sdoganano atteggiamenti razzisti, la piccola che ero quel giorno ritorna con un brivido e mi sento come mi sono sentita allora, incredula e impotente perché il razzismo è sempre di una violenza spiazzante.