Morire in pace, si può?

L’inferno si trova facilmente. Basta entrare in un reparto di oncologia in una piccola città di provincia del nord Italia.

La gente si conosce da mesi, tutti insieme nello stesso vagone verso l’inferno. Seduti in piccole stanze come dal parrucchiere, un liquido rosso entra nelle vene.

Anime nude e spaventate, affondate nelle loro ossessioni. La testa rasata di una donna dal sorriso sospeso, fa pensare ad un desiderio di ribellione mai espresso, altre trascinano i piedi come bambine questuanti, i maschi, con la scritta sulla fronte “sono un fallito”, tengono gli occhi bassi. Attorno a loro i familiari si chiedono in segreto quando finirà la partita che li inchioda in un sotterraneo blindato dove nemmeno i quadri vengono più appesi.

Quelli che governano questo piccolo mondo di ombre, gli oncologi, qui si muovono come protetti da un involucro di plastica, un grande preservativo illuminato dalla loro scienza che risplende dall’interno, schermo necessario per attraversare la merda in cui questi malati navigano e poter canticchiare liberamente. La distinzione deve essere chiara: “Noi siamo diversi da voi, siamo vivi e abbiamo il distintivo della scienza.”

I pazienti, quelli che patiscono sono in un tunnel buio. Gente che non sa come morire, reduce da vite senza domande, sono circondati solo da numeri che confondono definitivamente e riducono il valore di un essere umano alle percentuali di produzione corporale, vomito, sangue, feci.

Nessuna “pietas”.

Il marcatore tumorale può variare da 14 a 900. A 900 è finita, ma si può essere importanti anche così. Un piccolo parassita mutuato, senza arte né parte, con una vita interiore consumata davanti alle tv, con il suo cancro glorioso, porta nelle casse dell’ospedale un guadagno di almeno 50.000 euro. E gli oncologi se ne fregano perché ogni diagnosi conferma il loro incarico, anche perchè il mutuato può per legge “curarsi” soltanto in questo modo

Un medico calvo, dal volto insignificante, mi parla con mezzo involucro di plastica appoggiato alla sedia. Ha fretta di partire per una vacanza.

“Sua madre sta bene, sei mesi di Fluorouracile hanno funzionato, torni tra novanta giorni con un’ ecografia.”

Con i fogli pieni di numeri, carico sulle spalle la mia madonna sofferente. I sei mesi di chemioterapia (i numeri lo dicono) le hanno fruttato la distruzione delle difese immunitarie e un secondo cancro.

“Scusi, il mio collega aveva fretta di prendere l’aereo non si era accorto che il marcatore era a 900, sì, a pagamento le facciamo la Tac. Il Fluorouracile purtroppo è sopportato solo dal 20% dei malati, non gliel’hanno detto che si poteva fare un test prima?”

Insieme alle cellule cancerose la chemioterapia fa lievitare anche i fatturati delle case farmaceutiche di miliardi di euro ogni anno.

La sconfitta ci porta altrove.

Nella mia scuola elementare, un gruppo di volontarie riceve i malati di cancro che vogliono curarsi con la Di Bella. Mia sorella, nostra madre e io, siamo sedute in una piccola sala d’aspetto col soffitto macchiato di umidità. Sono le dieci di sera. Aspettiamo di parlare con un immunologo romano che una volta al mese viene fin qui gratuitamente.

Sciroppo di retinolo in un flacone scuro, coperto di stagnola e tenuto rigorosamente al freddo, acido ascorbico, n-acetilcisteina, melatonina, somatostatina, aminoacidi. Per aiutare il sistema immunitario, se ancora esiste.

La malattia ridisegna nuove fisionomie. Vedo affiorarle sul volto sofferto la fanciulla che è sempre stata, emerge la grazia femminile che è nella sua storia familiare, diciotto ragazze tra sorelle e cugine. Vuole essere spostata di stanza in stanza, finché ne sceglie una che dà su un prato di fronte al lago.

Silenzio.

La cucina è piena di flaconi. Inizio col prelievo alle 4.40 del mattino. La prima volta ho sudato freddo, nelle mani una calza di nylon per stringerle il braccio ed inserire il Venflon. I farmaci standard servono per tamponare gli effetti avversi della malattia, le specialità per darle il fiato di andarsene.

La paura del buio le blocca il respiro. Apro porte e finestre, entra nella stanza una brezza leggera, può vedermi ballare sullo sfondo delle stelle con i piedi nudi che si muovono sull’erba.

“Non avere paura, non perdi niente, è tutto tuo, io, il cielo, l’erba, il vento, la notte.”

Un sospiro e poi un sonno profondo. L’indomani, un saluto per me e mia sorella, un ringraziamento.

”Mamma devi fare ginnastica”

“Ti muovo i piedi.”

“One, two, three…Venite qui vicino a me, io sto per morire, vi voglio salutare e ringraziare.”

Il giorno dopo, cerco di toglierla dal coma epatico con il Levolac. Penso di farcela, ma ogni storia è diversa, lei ha concluso il suo percorso. Quello che conta è morire in modo dignitoso.

Il giorno dopo, nessuna croce, solo rose rosse, nella stanza che è stata la sua ultima stanza.

Ho tolto le mani dalla sua carne, il mio corpo provato, stanco, è una sottile barriera contro cui il mio spirito vitale si è messo a sbattere come l’uccello spaventato nel film di Altman. Ha paura, ma esiste. È consistente, reale. Platone, Aristotele, hanno senso.

Nessun oncologo può trasformarci in numeri, nessuna valletta, nessun telegiornale può ridurci ad un ammasso di corpi.

La morte avrebbe bisogno di una licenza dal ciarpame che seppellisce il nostro vero essere, un’ultima occasione per capire l’illimitato potere di uno spirito vitale, anche quando il corpo muore.

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