Magda Szabó
La Porta
Einaudi, 2013

Una recensione in quattro movimenti.

Un piccolo capolavoro come solo talune donne, penso alla Marlen Hausfofer della Parete, sanno poi scrivere.

Ci se ne avvicina quasi con sacro timore reverenziale tanto da esso traspare algida lucentezza nel susseguirsi di sentimenti e parole che non son mai troppe e non son mai poche, che ti prendon per mano accompagnandoti dentro inusuali spazi reconditi dove la legge di Emerenc Szeredás regna assoluta; 
e tu questa legge ben riesci a percepirla meglio di altri perché, fortuna o sfortuna che fosse, di Emerenc ne hai poi conosciute tre e son davvero tutte così, testarde, cocciute, con quelle loro paratie stagne che ti fan poi desister da qualsivoglia, improbabile, corpo a corpo perché immediatamente ne percepisci giustezza e completa integrità morale ed etica, perché con loro è forse male ma senza di loro è peggio.

Non starò dunque qui a tesserne trame recondite o significati nascosti, né ulteriori lodi od encomi, ma il libro, sappiatelo, vale di per sé ed anche, per quel poco che ne ho visto in lingua originale, la pellicola che ne è stata tratta dall’omonimo István.

Son letterature sommerse e minimali codeste ma che vivaddio ancora esistono e prosperano vieppiù, in diametrica opposizione ai tristi tempi che ci occorrono e dunque van cercate e lette, apprezzate e custodite per tutta la loro singolare unicità, non altro.